Un titolo così si fa leggere, ed infatti l’articolo di Lucy Kellaway era tra i più letti ieri nella top 10 del Financial Times. Il lustrascarpe è un mestiere umile che da noi non esiste più (le scarpe uno se lo pulisce da solo con il polish) ma in America, dalle parti di Wall Street, e nella City londinese, ancora sopravvive. La tesi qui è che questo lavoro, l’essere chini di fronte a qualcuno di solito ben vestito per lucidargli le calzature, è piu’ dignitoso e dà più intima soddisfazione di quello dei banchieri.
Già, i maledetti banksters. Coloro che nell’ultimo decennio hanno procurato danni immensi alle economie di tutto il mondo e alle nostre società. Dalla grande crisi del 2008 alle diseguaglianze record tra ricchi e poveri, con 88 ultra-stra-miliardari che possiedono lo stesso patrimonio di 3,5 miliardi di persone. La Kellaway sostiene che nessuno vuole più fare il banchiere.
Chi sceglie quella carriera è come appestato, predomina il disgusto nei loro confronti, noi cittadini normali li disprezziamo davvero. Ma non si tratta solo di una percezione del pubblico e dello stigma negativo che circonda chi lavora nei servizi finanziari. Anche nel loro ambiente serpeggia il disagio, è notorio che gli stipendi sono in forte calo rispetto al periodo pre-crisi; licenziamenti, ristrutturazioni e fusioni sono ormai la regola. Multe miliardarie per truffe e malversazioni, sul forex e sul trading (reati da associazione a delinquere) piagano i maxi istituti di credito globali.
Inoltre il peso delle nuove regole (dal Mifid a Basilea III) rende la vita impossibile ai banchieri.
E però, nonostante tutto, costoro continuano a tirarsela come non mai. Sono arroganti. Credono di essere intoccabili. C’è poi la razza eletta, i banchieri centrali, nuovi padroni del mondo, da cui dipendono la sopravvivenza di governi e Stati. In Europa siamo ridotti a seguire i diktat di un banchiere centrale come Mario Draghi, solo al comando.
Se la Bce non stesse comprando dalle banche europee (italiane in testa) bond e asset tossici al ritmo di 60 miliardi di euro al mese per un totale di oltre 1 trilione di euro, saremmo già tutti falliti, ingoiati dal maxi debito pubblico. Ma è un’economia sana, questa, su cui fare affidamento per i prossimi anni? No, soprattutto perché l’Unione Europea stessa è una finzione, un castello di carte che si poggia esclusivamente su una moneta fasulla e senza Stato.
Economia, lavoro, produzione  – il futuro – non dipendono mai da scelte di governi e parlamenti. Il Jobs Act, la riforma elettorale, quella della scuola su cui il premier Renzi ha puntellato la credibilità del suo governo, sono paragrafi chiari e passaggi prestabiliti nella famosa lettera inviata dalla Bce all’Italia nell’agosto 2011. Il nostro paese è commissariato e segue le direttive della Banca centrale ma Draghi chi lo controlla? Chi mette in guardia dal fatto che le politiche attuali, un mix micidiale di leva monetaria e austerity, porteranno certamente a nuove bolle e nuovi sfracelli futuri, e ulteriore disoccupazione e stagnazione?
Con la politica monetaria della Bce i tassi di interesse oggi sono negativi, un’aberrazione economica senza precedenti. E il denaro a buon mercato lascia in vita aziende zombie, nessuno di fatto produce più, nessuno assume più, i soldi non girano. E la borsa – unico tavolo ancora aperto del casino’ – è ai massimi storici, drogata e totalmente scollegata dall’economia di famiglie e imprese. Attenzione però che i rischi di lungo termine crescono di mese in mese. “Il vero pericolo è che i tassi reali negativi sostengono asset e investimenti che invece fallirebbero miseramente in un ambiente di tassi normali”, scrive Goldman Sachs, la banca artefice di quasi tutte le distorsioni finanziarie dell’ultimo decennio (compreso l’ingresso della bancarottata Grecia nella Ue grazie ai bilanci taroccati).
Ecco perché è meglio fare il lustrascarpe del banchiere. Più utile alla società e più gratificante lucidare tacchi che essere Draghi. I banksters ci hanno rovinato e continuerano a rovinarci la vita.  Ma noi, masochisti, li lasciamo fare. Perché?