Gli haters non guardano in faccia nessuno, nemmeno se si tratta dell’uomo più potente al mondo. È questa la lezione che arriva dal debutto dell’account @POTUS su Twitter, dove POTUS sta per President of the United States. Lunedì scorso, Barack Obama aveva finalmente potuto cinguettare dall’ambito account, dopo sei anni di presidenza e migliaia di tweet dall’account @barackobama. Era riuscito anche a scherzarci su, lamentando il ritardo con cui il profilo era stato attivato, visto che è inquilino della Casa Bianca dall’ormai lontano 2008 e tra due anni dovrà lasciare lo Studio Ovale al successore.

Ma se un uomo famoso sbarca su Twitter, c’è da aspettarsi un’accoglienza non solo affettuosa ma anche, e forse soprattutto, cattiva e spietata. Ecco allora che il malcapitato Obama si è vista arrivare addosso quella che in gergo si chiama shitstorm (lasciamo a voi la facile traduzione), con migliaia di tweet cattivissimi e spesso anche razzisti vergati da chi, evidentemente, non è esattamente un suo sostenitore. Un evergreen dell’insulto razzista (“Scimmia”) non poteva certo mancare, così come auguri di morte, inviti al suicidio, fotomontaggi con il presidente con il collo spezzato e altri macabri esempi di cattiveria da cinguettio.

Ovviamente in America se ne è parlato molto negli ultimi giorni e i maggiori giornali del Paese ne hanno scritto a lungo, provando anche a interpretare l’accaduto come un rigurgito razzista della pancia dell’America profonda, che finalmente può sfogarsi indirizzando insulti di ogni genere direttamente a Barack Obama, al suo account personalissimo e non filtrato dallo staff.
Il New York Times, per esempio, ha parlato di tweet che “riflettono l’ostilità razziale verso il primo presidente nero”. Ostilità che secondo il prestigioso quotidiano newyorkese su Internet serpeggiava anni sotto fortma di “teorie cospirative e pregiudizi” e che ora ha trovato una valvola di sfogo diretta.

Uno dei primi haters anti-obamiani è stato @jeffgully49, che ha pensato bene di pubblicare vari tweet di dubbio gusto, tra i quali una foto di Obama con un cappio al collo e la minacciosa didascalia “Impicchiamo ancora per tradimento, vero?”. Ebbene, lo stesso signore, che all’anagrafe si chiama Jeff Gullickson e vive a Minneapolis, ha ricevuto una tempestiva visita degli agenti dei servizi segreti, che evidentemente volevano verificare quale fosse il confine tra l’innocuo hater e il pericoloso sovversivo.

Lo stesso New York Times racconta di aver contattato Mister Gullickson per saperne di più, ricevendo in cambio una mail con una domanda ben precisa: “Quanto mi pagate se mi faccio intervistare?”. Neppure un penny, evidentemente. Come dicevamo, non poteva mancare la foto di una scimmia e l’invito a tornare nella gabbia, uno degli insulti che in passato erano stati già rivolti al Presidente e alla moglie Michelle.