Nel suo tradizionale discorso alla Nazione, mercoledì prossimo la Regina Elisabetta annuncerà, tra gli altri, un disegno di legge scritto dal Primo ministro inglese David Cameron che ha per scopo quello di consentire la rimozione da Internet di qualsiasi contenuto che, sebbene non illecito, suoni comunque ispirato a principi di matrice estremista.

E’ questa l’ultima frontiera dell’antiterrorismo online in uno dei Paesi che – più di tanti altri – è stato prima culla e poi baluardo della libertà di informazione.

Un annuncio “anticipato”, una manciata di mesi fa, dalla richiesta delle stesso governo di Sua Maestà ai provider britannici di bloccare, in via amministrativa – ovvero bypassando qualsiasi forma di controllo giudiziario – il traffico diretto a contenuti di natura propagandistica o apologetica rispetto al terrorismo.

Una richiesta, che, peraltro, la più parte dei più grandi Internet service provider britannici hanno accolto ed iniziato ad attuare.

E l’approccio anti-terroristico inglese è, sfortunatamente, legato da una linea rossa neppure tanto sottile che attraversa la manica ed arriva a Parigi in quella Francia nella quale di quel “liberté, fraternité, egalité” sembra rimanere davvero poco almeno quando si parla di anti-terrorismo online.

A prescindere, infatti, dal recentissimo disegno di legge in discussione in Parlamento che ha l’obiettivo di legittimare forme di sostanziale sorveglianza di massa dei cittadini in nome, proprio, dell’esigenza di dichiarare una guerra senza frontiere al terrorismo, è già vigente da mesi una disciplina che legittima la polizia a ordinare ai fornitori di accesso a internet il blocco – anche in questo caso amministrativo e non giudiziario – dell’accesso a qualsiasi contenuto che rappresenti propaganda o apologia di terrorismo.

E’ quasi paradossale pensare che questa è la reazione all’attentato di Charlie Hebdo ovvero ad uno dei più drammatici attacchi alla libertà di informazione sin qui registrati.

Si reagisce a chi ha voluto negare la libertà di informazione esercitata dai vignettisti di Charlie Hebdo con le loro matite, comprimendo la libertà di parola online di milioni e milioni di cittadini abdicando alla più elementare delle regole di ogni Stato di diritto che esige che una libertà fondamentale come quella di manifestazione del pensiero non sia limitata che per ordine di un giudice all’esito di un giusto processo.

Parigi, un milione in piazza per ricordare le vittime di Charlie

A leggere le previsioni di legge che rimbalzano dall’altra parte della manica e dall’altra parte delle Alpi, le immagini emozionanti dei grandi del mondo riuniti a Parigi dopo l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo sembrano intrise di ipocrisia istituzionale o basate su un drammatico equivoco valoriale rappresentato dalla convinzione che una guerra contro chi vorrebbe privare il mondo, tra l’altro, della libertà di pensarla diversamente possa essere vinta privandoci tutti di quella libertà ex ante e, soprattutto, rinunciando alle regole che hanno consentito – con tutti i limiti e le derive del caso – alla più parte dei Paesi europei di divenire Stati civili e democratici.

In nome di una semplice aspettativa di maggior sicurezza non supportata né supportabile da alcuna evidenza scientifica, si sta chiedendo ai cittadini di mezza Europa – perché è facile prevedere che l’approccio anglo-francese sarà contagioso – di rinunciare a qualcosa di tanto prezioso come la libertà di manifestazione del pensiero e, soprattutto, al principio irrinunciabile in nome del quale solo un giudice può stabilire se un’opinione è lecita o illecita e ordinarne la cancellazione solo ed esclusivamente laddove sia illecita.

Non esiste nulla – come al contrario sembrano iniziare a pensare in Inghilterra – tra un’opinione lecita ed un’opinione illecita perché quella inopportuna, sconveniente, suscettibile di essere fraintesa, border line e, persino, estremista – come forse sono state, talvolta, quelle sottese alle vignette di Charlie Hebdo – sono comunque opinioni con lo stesso diritto di cittadinanza di ogni altra.

Ci vorrà un po’ per rendercene conto e, forse, lo capiremo quando sarà troppo tardi ma la paura di avere paura ci sta portando a svalutare oltre il limite di sostenibilità democratica la libertà di manifestazione del pensiero ed a sopravalutare soluzioni e sistemi di lotta al terrorismo basati su un baratto iniquo e sbilanciato di libertà: la rinuncia a fette importanti di privacy e libertà di parola in nome dell’aspettativa – ammesso anche si tratti di un’ambizione sincera e non di un semplice alibi istituzionale per dar corpo all’ambizione di esercitare un controllo di massa dello Stato sui cittadini – di garantire a tutti maggior sicurezza.