Ci hanno fatto attendere appena un anno dall’uscita del loro ultimo disco “McMao”. Ma dodici mesi, nel calendario dei Management del Dolore Post Operatorio, sono sempre densi di eventi, compreso un concertone del Primo Maggio da cui sono stati banditi per aver osato innalzare un preservativo come un’ostia, un cambio di formazione e, infine, un passaggio di etichetta. Adesso, tornano con il loro terzo lavoro, “I love you”, rilasciato il 28 aprile da La Tempesta Dischi. Dai MadeDopo abbiamo imparato ad apprezzare la sincerità della proposta artistica, spesso oscillante tra provocazione e nichilismo, ma comunque mai vincolata dagli umori dell’industria discografica. “I love you” continua a muoversi in questo campo. Hanno messo da parte l’elettronica di McMao per tornare a concentrarsi sulle chitarre, mentre intolleranze varie contro la società (“La patria è dove si sta bene”) si accompagnano ad elegie amorose (“Se ti sfigurassero con l’acido”) e manifesti ludici (“Lasciateci divertire”). Un disco che ci consegna un punk levigato che ha ancora molti riff e molti argomenti nella propria faretra. A questo proposito lasciamo la parola a Luca Romagnoli, frontman della band abruzzese, per rispondere a qualche domanda su questo nuovo lavoro.

Felicità e ordine morale sono due forze che si combattono in questo disco?
C’è chi è felice all’interno della moralità e chi è felice restandone al di fuori. L’arte deve per forza di cose essere immorale, se vuole essere originale.

Il lavoro è uno dei temi ricorrenti di “I love you”. In “Il primo maggio” si parla anche del vostro lavoro di musicisti?
Si parla della nostra esperienza e del lavoro invisibile della gente piccola piccola come noi, che come le gallerie, porta sul groppone il peso massacrante delle montagne.

L’artwork del disco ricorda la pop art di Fab Ciraolo, l’illustratore che ha fatto indossare una maglietta dei Daft Punk a Frida Kahlo. Il richiamo alla pop art è una critica alle arti che si organizzano in accademie e parrocchie borghesi?
C’è sempre stata l’arte borghese. Arte “di stato”, diceva qualcuno. Anche entrare nei grandi meccanismi televisivi e radiofonici presuppone una vendita di se stessi ad alcune regole prestabilite. Noi ci siamo fatti il nostro orticello, e non compriamo la frutta fuori stagione al centro commerciale.

Perché il passaggio da MarteLabel con distribuzione Universal a La Tempesta?
Nella vita finisci una scuola e ne cominci un’altra, lasci un lavoro e ne cerchi un altro, lasci una persona e ne cerchi un’altra, che sia per una notte, o che sia per sempre!

Quando siete entrati in studio avevate quest’idea di disco, oppure la produzione di Favero vi ha cambiato le carte in tavola?
Avevamo un’idea ben precisa, e per questo motivo abbiamo scelto Giulio Ragno Favero. Doveva essere un disco molto vicino al nostro modo di suonare live. Abbiamo tirato al massimo i nostri punti di forza e i nostri punti deboli. Nel bene o nel male, questo è il Management del dolore post-operatorio.

Quali eventi, se ci sono stati, o quali esperienze vi hanno condotto alla scrittura di “I love you”?
Ogni disco è parte di un periodo della nostra vita. L’uscita del disco è quasi una chiusura di un percorso. Si tratta di incidere (e quindi rendere immortali) taluni ricordi e pensieri. Nessuna esperienza particolare porta alla scrittura di un disco. È un bisogno totale. Lo riascolti dopo anni e pensi con il sorriso: “in quel periodo ero così”.

Avete scelto per un vostro pezzo di usare le parole della Szymborska, che con la sua ironia si prende gioco della dura realtà. Trovate la sua poetica in linea con i vostri intenti?
Nella poesia “Scrivere un curriculum” mi ha colpito la semplicità e la leggerezza con la quale tira sassate in faccia alla gente. La sua poetica è molto sobria e raffinata, al contrario della nostra, un’intelligenza e una forza tipicamente femminile. Meraviglioso.

Avete paura d’invecchiare?
“Morire non è niente….ma invecchiare… ah! invecchiare!”