Vittorio Sgarbi, condannato a risarcire con 60mila euro i tre ex pm del pool “Mani pulite” di Milano Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo e Francesco Greco, per averli definiti “assassini“, non potrà rifarsi sui giornali che hanno riportato le sue invettive. Così la Cassazione ha chiuso una vicenda iniziata nel lontano 1994, negli anni caldi dell’inchiesta che scoperchiò la Tangentopoli milanese. In diverse dichiarazioni riprese nel luglio di quell’anno, a un anno dai suicidi di Gabriele Cagliari e Raul Gardini, dai quotidiani ‘Avvenire’ e ‘Il Giornale’, l’allora deputato di Forza Italia e conduttore di “Sgarbi quotidiani” su Canale 5 aveva definito i magistrati “assassini” che “avevano fatto morire delle persone” e per questo dovevano “essere processati e condannati” in quanto costituivano “una associazione a delinquere con libertà di uccidere”. Il critico d’arte aveva già chiuso la partita economica nei confronti dei tre pm nel 2011, attraverso una transazione, ma ora puntava a rivalersi su chi le aveva pubblicate.

Per la Terza sezione civile della Suprema Corte, che con la sentenza 10276 ha interamente confermato la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Milano il 14 aprile del 2011, “il diritto di critica è limitato dal rispetto della dignità altrui, e la dignità altrui è violata quando la critica trascende il limite della continenza verbale“. E per quanto riguarda le espressioni usate da Sgarbi, secondo i giudici “nemmeno la più benevola concezione del limite della continenza verbale potrebbe mai giungere ad ammettere che tali espressioni non violino quel limite”. La Cassazione, inoltre, sottolinea che la condanna di Sgarbi a risarcire i pm con 60mila euro non può considerarsi “esorbitante” se si considera il “lavoro svolto” dai tre magistrati offesi, la “gravità degli addebiti loro mossi” e “l’impatto sociale di affermazioni così drastiche”.

Senza successo, Sgarbi ha protestato perchè gli editori delle due testate e i giornalisti che avevano riportato le sue esternazioni non erano stati condannati in solido con lui a risarcire i danni. Secondo Sgarbi, era compito dei giornalisti “verificare la violazione del limite della continenza verbale”. In proposito i supremi giudici – con la sentenza depositata oggi – gli rispondono che questa richiesta lui la ha avanzata ben nove anni dopo l’apertura del procedimento a suo carico mentre avrebbe dovuto proporla nella prima memoria di costituzione in giudizio.

Quanto al fatto che gli ex del ‘pool’ hanno promosso azioni risarcitorie per le stesse dichiarazioni di Sgarbi pubblicate, però, da altre testate, la Cassazione ha fatto presente che “una medesima dichiarazione diffamatoria diffusa da più organi di stampa genera più danni”. “La lesione dell’onore consiste infatti nel detrimento della reputazione che l’offeso vanta presso il pubblico dei lettori; sicchè – conclude il verdetto – dovendo presumersi che ogni quotidiano abbia lettori in gran parte diversi, ad ogni pubblicazione corrisponderà un danno differente”.