I tartassati d’Italia si consolino, perché c’è chi di Equitalia ne ha due. Sono i dipendenti della Farnesina in Marocco, cittadini di nazionalità italo-marocchina che lavorano per lo Stato italiano ma siccome le tasse le pagano in Italia, paese tanto amato da Kafka, rischiano di perdere tutto: i risparmi, la casa, la macchina. L’esattore che bussa due volte pretende gli stessi contributi, prima in euro e poi in dirham.

La surreale vicenda ha investito i dipendenti della Farnesina contrattati a Rabat come impiegati della locale ambasciata. Muove da una diversa interpretazione che le autorità marocchine danno della normativa sulla doppia imposizione che i due due paesi hanno raggiunto con una convenzione nel lontano 1972,  rintuzzata da un protocollo aggiuntivo nel 1978 e recepita per legge dello Stato italiano nel 1981. Accordi che, a quanto pare, sono rimasti solo sulla carta perché il Fisco marocchino pretende ora di assoggettare a sé il personale impiegato localmente, anche se già assoggettato alla ritenuta alla fonte dall’Erario italiano.

Il 30 maggio scattano i primi pignoramenti
Il primo dipendente che ha ricevuto brutte notizie è un contabile dell’Ambasciata che si è ritrovato il conto bancario bloccato dalle autorità locali e una cartella esattoriale da 5mila euro riferita agli anni 2009-2011, con allegata minaccia di pignoramento dell’abitazione di famiglia che scatterà il 30 maggio prossimo. Non solo. Il totale calcolato su quelli successivi e fino al 2015, tra tasse pregresse e more, supera i 25mila euro. Una rovina, tenendo condo del salario che riceve. Il Ministero degli Esteri riconosce agli impiegati in Marocco retribuzioni inferiori ad altri Paesi: l’ausiliario è sotto i 656 euro, l’esecutivo sotto i 720 e l’impiegato di concetto arriva massimo a 1.056. Lordi.

Significa che – anche dopo aver pagato tutte le tasse dovute in Italia, sicuramente più alte che in Marocco – ai malcapitati tocca ora pagare l’equivalente di vari anni di lavoro all’esattore nazionale. Inutile dire che la notizia si è propagata nel giro di attimi a tutti i lavoratori a contratto di Rabat e Casablanca, gettandoli letteralmente nel panico. Tutti si aspettano provvedimenti analoghi, da un momento all’altro. Tassati, ritassati e tartassati.

Pasticcio all’italiana, senza soluzione
Più surreale ancora è però scoprire che questa situazione era ben nota al Ministero degli Affari Esteri. E molto prima che il Fisco marocchino passasse dalle parole ai fatti, trasformando in titoli esecutivi le sue pretese. Anzi, l’equivoco – si può dire – l’aveva in casa. A furia di ratificare ed emendare la convenzione di cui sopra, a Roma si sono “dimenticati” di una dimenticanza: all’art. 19 l’accordo riconosce la potestà impositiva esclusiva all’Italia al personale di cittadinanza italiana. Per i doppi cittadini, i cittadini marocchini e i cittadini in possesso di terza cittadinanza, la convenzione rimanda ad un criterio impositivo concorrente, riconoscendo ad entrambi gli Stati il diritto a prelevare le imposte e demandando la soluzione di casi di doppia imposizione al meccanismo di deduzione della convenzione.

E tuttavia il Ministero degli Esteri ha poi assunto con contratti locali decine di dipendenti. “Quelli di più recente assunzione – scriveva l’ex vice ministro Marta Dassù – precisano la clausola che ricorda come l’assoggettamento al regime fiscale italiano non esoneri l’interessato agli obblighi nei confronti del fisco locale che hanno natura personale”. Gli altri no. E così, chi aveva un reddito che glielo consentiva ha versato le relative imposte all’erario italiano, chi era sotto la soglia di sopravvivenza non ha versato nulla perché escluso per legge, non rientrando nemmeno nel primo scaglione di imposizione fiscale per eseguità dell’importo.

Il problema si materializza nel 2012, quando le autorità marocchine decidono di assoggettare fiscalmente in via esclusiva le retribuzioni del personale a contratto di cittadinanza italo-marocchina, esigendo dal personale il pagamento delle imposte e degli arretrati relativi agli ultimi 5 anni ed escludendo l’applicazione dei meccanismi di compensazione previsti dalla convenzione. E tanti ce ne sono. Tra ambasciata e istituto italiano di cultura a Rabat e il consolato generale di Casablanca se ne contano 24. Neppure tranquilli stanno gli impiegati di nazionalità italiana, che sono i prossimi a rischiare. L’art. 19 della convenzione esonera dalla doppia imposizione i dipendenti che svolgono funzioni pubbliche. Ma se l’interpretazione marocchina non verrà contestata apertamente dall’Italia, domani potrebbe toccare anche a loro. E in ultimo ai lavoratori autonomi, “teoricamente” esclusi.

La beffa: gli abbiamo appena abbuonato il debito
A Roma squillano i telefoni, si muovono i sindacati, partono interrogazioni parlamentari. Il Ministero, a seguito di quella presentata dall’onorevole Marco Fedi nel novemvre 2013, aveva fatto sapere di aver interessato della faccenda il Ministero dell’Economia, il quale aveva chiesto formalmente alle autorità marocchine l’avvio di una procedura amichevole per giungere ad un’interpretazione condivisa del testo convenzionale. “Contestualmente, l’ambasciata d’Italia a Rabat sta esercitando i suoi buoni uffici al fine di ottenere la riduzione o la dilazione dei debiti pregressi”. Ma i “buoni uffici” non si rivelano poi tali.

A distanza di tre anni la soluzione non è arrivata e nel frattempo i titoli, come detto, sono diventati ingiuntivi. Sul caso Italia-Marocco si moltiplicano le domande: è mai possibile che non se ne venga a capo, con un interscambio commerciale che sfiora il miliardo di euro? Conta così poco quest’Italia che ha firmato col ministro delle finanze del Marocco un accordo per la conversione del debito nei confronti dell’Italia per un importo di 15 milioni di euro che sarà dedicato a progetti di “impatto sociale”. Per non parlare dei progetti di cooperazione allo Sviluppo che hanno portato a Casablanca 20 milioni di euro per sanità, agricoltura, archeologia, acqua potabile e formazione. Insomma, cosa impedisce di far pesare queste carte e risolvere una disputa da poche decine di migliaia di euro? Cosa c’è dietro l’empasse che immobilizza un accordo?

Il ricatto sulle monte Pensioni
A quanto pare, una montagna di soldi. Soldi che l’Italia si vuol tenere, soldi che il Marocco si vuol prendere. A incrinare i buoni rapporti, si scopre ora, non sarebbe tanto la contesa da poche decina di migliaia di euro sulle doppie imposizioni dei dipendenti, ma una partita ben più grossa: quella da decine di milioni di euro l’anno che riguarda la previdenza. Anche questa ha tratti kafkiani: era il 18 febbraio 1994 quando Marocco e Italia sottoscrivevano una convenzione in materia di sicurezza sociale che prevede la facoltà di scelta del regime previdenziale italiano o marocchino. Prevedeva che, una volta optato a chi versare i contributi, l’ente nazionale erogasse la pensione. Ma l’Italia dopo 21 anni non l’ha ratificata, col risultato che i cittadini di nazionalità marocchina in Italia, che hanno versato contributi all’Inps per una vita sotto forma di trattenute alla fonte o di versamento autonomo, li perdono al momento del raggiungimento della pensione, appena mettono piede sul suolo marocchino.

Ecco perché i sindacati e i parlamentari che si interessano alla vicenda dei dipendenti italo marocchini parlano di una “rappresaglia” bella e buona: siccome l’Italia si tiene le pensioni dei lavoratori marocchini in Italia, il Marocco si tiene le imposte dei lavoratori italo-marocchini in Marocco. Punto. E nel frattempo le “determinazioni unilaterali” del Marocco si scaricano sui singoli e sulle loro famiglie. Il ministro Gentiloni, al pari dei predecessori, è stato informato dai sindacati della gravità della situazione, ma dalla Farnesina ancora non arrivano segnali e l’unico a rallegrarsi del pasticcio è ancora e sempre Kafka.