Difficile non farsi sopraffare dall’emozione vedendo, a Cannes, nella sala Buñuel gremita da 500 persone, con altrettanti spettatori rimasti fuori, lo straordinario Hitchcock/Truffaut di Kent Jones (e Serge Toubiana). Difficile perché c’è tutto il cinema in quella sala, che vibra di cinefilia e di amore al ritmo del film, e tutto il cinema in quel film. Ci sono infatti loro, Hitchcock e Truffaut, e tanto basterebbe. Ma c’è anche l’immenso universo dei cineasti che a Hitchcock devono qualcosa o tutto e che ne parlano con amore: da Scorsese a Bogdanovich, da Fincher a Wes Anderson. Il film è nato dal ritrovamento casuale dei nastri audio contenenti le registrazioni della famosissima intervista di Truffaut a Hitchcock da cui è nato l’altrettanto celebre libro Il cinema secondo Hitchcock. Un libro che per tutti quelli che amano il cinema è stato un po’ una specie di Bibbia, la rivelazione di un oggetto che era tra noi – il cinema – ma che fino ad allora non conoscevamo.

Allora, sentire la voce di Hitch e Truffaut (supplica agli eventuali distributori italiani: non doppiate il film!), ascoltare il loro dialogo è come risalire all’origine, al gesto da cui tutto inizia. L’ambizione di Truffaut, nel ’62, quando per dieci giorni si immerse nell’intervista con Hitchcock, era di spiegare agli americani ciò che loro non avevano capito di Hitchcock, cioè la sua genialità, la sua capacità di manipolare il cinema per farne lo strumento del “controllo dell’universo” (Godard). L’interesse del cinema, dice Hitchcock in un passaggio dell’intervista, è dato dalla sua possibilità di contrarre e dilatare il tempo. Come se le leggi della verosimiglianza fossero fatte di una materia molle che si può maneggiare piegandola a proprio piacere. Infatti, quello che Hitchcock fa col tempo lo fa anche con lo spazio, del quale è sommo architetto.

In Hitchcock c’è, dice nel film Olivier Assayas, altro grande regista francese che viene dai Cahiers du cinéma, una disproporzione degli oggetti e tra gli oggetti e il fondo: chiavi, borse, bicchieri, bottiglie sono enfatizzati all’estremo, proprio come accade nei sogni, in cui abbiamo davanti un oggetto ingombrante, che annulla o vanifica tutto il resto, ma di cui non sappiamo spiegare la ragione. E anche tra i personaggi e il fondo nelle immagini di Hitchcock c’è una frattura: il personaggio è vero, il fondo – spesso un trasparente – appare, come fosse la tela di un sogno. Come se Hitch fosse il demiurgo che mostra l’invisibile che sta dietro alla (falsa) evidenza del mondo. L’immagine hitchcockiana ha una sorta di trascendenza, una spiritualità, un carattere ultraterreno: memorabile in questo senso è l’inquadratura dall’alto dell’incendio negli Uccelli: visione impossibile, purificazione del mondo, punto di vista di Dio. E quando Truffaut chiede a Hitch se lui si potrebbe definire un cineasta con un fondo cattolico (il senso di colpa è un altro dei temi ricorrenti nel maestro del suspense), Hitch risponde lapidariamente: Close, e la conversazione per quel giorno finisce.

Ci sarebbe da raccontare anche di altre emozioni, quella del bellissimo e delicato Les deux amis, film piccolo ma molto intenso di Louis Garrel, altro cineasta cresciuto, come Truffaut, a pane e cinema, essendo figlio di Philippe e nipote di Maurice, cineasta di terza generazione ormai. Il film, tutto giocato su tre personaggi, i due amici del titolo e Mona, ragazza dal bel volto luminoso che vive con decisione la sua difficile condizione di carcerata in semilibertà, racconta la fragilità e l’ambiguità dell’amicizia, mai del tutto sincera, una volta che l’amore entra in gioco a scombinare gli equilibri. E la racconta intessendosi anche sul non detto, sugli sguardi, sui corpi, sulla vitalità di Mona che sembra cercare un contatto col mondo proprio con il suo corpo estroverso, anche se forse ha paura di trovarlo fino in fondo, tanto che preferisce farsi arrestare di nuovo per tornare alla sicurezza del carcere. Un film tenero, con molti dialoghi nei caffè, come piaceva alla Nouvelle Vague di un tempo.

E ci sarebbe da raccontare ancora di altre emozioni, diverse, quelle dei film che raccontano il sociale contemporaneo, con tutte le sue durezze e i suoi drammi: l’immigrazione, in un altro dei numerosi film italiani che passano in questo Festival, Mediterranea di Jonas Carpignano, film teso come un elastico, in cui la vita senza vita degli immigrati si traduce in immagini quasi sempre scure, mosse, dure; oppure la disoccupazione, descritta da La loi du marché, bel film in concorso di Stéphane Brizé, con un efficace e misuratissimo Vincent Lindon.

Ma quando si accendono le stelle di Hitchcock e Truffaut tutto il resto brilla di meno.