Emozionante incontro ieri, all’auditorium dei Frentani a Roma, con Antonio Guerrero, combattente antiterrorista cubano imprigionato per sedici lunghi anni negli Stati Uniti insieme ai suoi quattro compagni Gerardo Hernandez, Ramon Labañino, Fernando Gonzalez e René Gonzalez, per aver raccolto informazioni sui gruppi di fuoriusciti che organizzavano attentati terroristici a Cuba.

Gianni Minà, che insieme alla giornalista Alessandra Riccio e all’ambasciatrice di Cuba Alba Soto Pimentel è intervenuto nell’evento, ha sottolineato l’attualità del tema. Come condurre la battaglia contro il terrorismo nel mondo? Cuba ha molto da insegnare al riguardo dopo aver subito attacchi che hanno provocato sul suo territorio oltre tremila vittime. I Cinque erano l’avanguardia del sistema messo in piedi dal governo cubano per prevenire il terrorismo in un momento particolarmente difficile (il cosiddetto periodo especial, nel quale, venuta meno l’Unione Sovietica, Cuba appariva isolata ed erano in molti a scommettere sulla sua prossima inevitabile fine).

Antonio, ingegnere specializzato nella costruzione di aeroporti, pittore, disegnatore e poeta, ha colpito tutti i numerosi presenti con la sua contundente e luminosa umanità. Citando Martì, di cui proprio ieri ricorreva l’anniversario della morte, ha ricordato che il posto di ciascuno deve essere non dove si sta meglio, ma dove meglio si può adempiere al proprio dovere. Invidiabile e ammirevole coerenza di un uomo che ha speso sedici anni della sua vita in galera per fedeltà alla parola data al popolo cubano.

Condotta esemplare, quella di Antonio e dei quattro suo compagni, anche nelle galere dell’impero. Professore di spagnolo nel penitenziario in cui ha passato gli ultimi anni, ha fatto diplomare un numero davvero record di reclusi, lasciando in un sistema carcerario particolarmente violento e disumano l’impronta dello spirito cubano, che mette al primo posto la solidarietà e il rispetto reciproco.

Il vero protagonista ed eroe di questa vicenda è proprio questo popolo di undici milioni di persone, che mai si sono piegate, né di fronte alla violenza, né di fronte alla fame, né lo faranno di fronte alle lusinghe o alle prospettive di un benessere consumistico a buon mercato. Antonio ha ricordato altri esempi, secondo lui ancora più importanti, di dedizione al prossimo, come quello offerto dai settantamila medici cubani attivi in ogni parte del mondo fra i poveri e i derelitti. In particolare quelli che si sono prodigati per assistere, in prima linea fra tutti, le vittime dell’Ebola in Sierra Leone.

Come ha affermato Gianni Minà, c’è ancora chi si chiede chi abbia vinto fra Cuba e gli Stati Uniti. E’ plateale che a vincere sia stata Cuba. Certo, la lotta rivoluzionaria continua in condizioni nuove. E bisognerà adattarla ai nuovi problemi che potranno scaturirne. Ma fra il potere del denaro e quello delle idee e dell’esempio vincerà, si può esserne certi, il secondo. Anche perché, come ha ricordato Antonio, i cubani non sono scemi, ma soprattutto non sono disposti a farsi ridurre a omuncoli assoggettati in tutto e per tutto alle esigenze del sistema capitalistico, come ne girano parecchi dalle nostre parti.

Cuba può dimostrare, ancora una volta, come le idee vincono sul denaro. E’ strano affermarlo nell’Italia del Terzo Milennio, che sembra essere il ricettacolo ultimo del cinismo, della frustrazione e della disperazione esistenziale di milioni di persone che hanno visto i propri ideali e le proprie speranze affondare nella melma di una situazione politica e sociale che peggiora ogni giorno di più. Ma l’esempio e la coerenza di Antonio, Gerardo, Ramon, Fernando e René ci fanno ancora sperare in un mondo migliore. Guardando e sentendo parlare Antonio Guerrero ci si rende conto che l’uomo nuovo di cui parlava Che Guevara non è rimasto solo un vano desiderio, ma costituisce oggi una concreta realtà che rappresenta una valida speranza per questo mondo in preda a dinamiche autodistruttrici e contraddizioni che sembrano insuperabili.