Camera dei Deputati. Discussione sulla riforma della legge elettorale e voto di FiduciaIl dibattito politico italiano è di un provincialismo agghiacciante. Nessuno si rende conto che la rottura consumatasi tra Civati e il Pd (con quasi due anni di ritardo) è ‘un processo naturale’. Un altro pezzo di un puzzle, che va componendosi (se la volete vedere con ottimismo) o scomponendosi (se siete piuttosto dal lato dei pessimisti).

La Liguria è semplicemente il primo campo di battaglia da dove cominciare ‘a radunare le truppe’. Chi vuole tornare a fare politica da una posizione social-democratica reale, non può più accettare le scelte dei partiti ‘socialisti’ Europei. Successe in Germania dopo le Hartz Reforms, e con maggiore incisività in Grecia, Spagna e Scozia negli ultimi anni. E’ successo anche in Italia, dove la crescita esponenziale del Movimento a Cinque Stelle alle elezioni del 2013 si spiega con lo spostamento del voto della maggioranza invisibile: soprattutto precari, disoccupati, poveri e ‘casalinghe di Voghera’ (tanto per parlare del voto di una categoria di persone che non sono mai state ascoltate e comprese dal centro-sinistra). Nonostante i suoi limiti e l’incapacità palese di costruire un’alternativa, il movimento continua a raccogliere almeno il 20% dei consensi. Niente succede per caso, anche quando vogliono farcelo credere. Il voto al Movimento non è solo protesta, ma anche rifiuto dell’ipocrisia di chi, da una comoda poltrona, o dall’alto di uno stipendio elevato e garantito, gioca a fare il rivoluzionario.

L’avventura di Civati potrebbe andare male fuori dal Pd (questo spiega la sua reticenza a uscire da un lungo percorso che aveva compiuto dentro il centro-sinistra), ma il punto per tutti noi non può ridursi a questo. Non siamo qui per saltare sulla scialuppa Civati o per criticarlo dicendo che sta per costruire l’ennesimo partito con percentuali da prefisso telefonico.

Il punto è un altro: chi è progressista e non ha interessi di poltrona, nel lungo periodo non può che distaccarsi dal Pd. Ci restino pure i soliti noti in quel marasma a lottare per le preferenze. Chi ha a cuore le sorti dei più deboli nel paese non può che provare a costruire con utensili (magari) logori fuori. Non è questione di vocazione maggioritaria o minoritaria, ma semplicemente di vocazione. La vocazione a sfidare un sistema di potere compatto, oggi al governo in Europa e in Italia, fornendo un’alternativa credibile alla maggioranza invisibile. Non avere questa vocazione, significa lasciarsi andare, lasciare che i soliti noti continuino a governare disciplinando le truppe con regali ad hoc (vedi gli ottanta euro prima delle Europee) e sfruttando gli alti tassi di astensione della maggioranza invisibile.

La sfida è dura quanto affascinante: far capire alla classe medio-bassa (che assieme alla parte più povera della popolazione costituisce la maggioranza invisibile), che l’aspirazione oggi non è più quella di diventare ‘borghesi’ come negli anni ottanta e novanta, ma piuttosto quella di richiedere servizi collettivi e welfare universale per non ritrovarsi nella spirale di povertà.
Il resto degli elettori, quella classe medio-alta (quelli ben rappresentati da Michele Serra e Repubblica, sull’argomento ho scritto qualche giorno fa), che continua a darci lezioni sulla necessità di restare in un soggetto largo e portare le istanze progressiste da dentro, può tranquillamente continuare a votare Pd per i prossimi vent’anni.

Noi dobbiamo semplicemente aver chiaro, che il punto di riferimento di una nuova battaglia ideale e politica, sta nel tornare a parlare con chi si sta inesorabilmente trasformando da classe media a maggioranza invisibile. Occorre discutere e ragionare con gli attivisti e gli elettori del Movimento a Cinque Stelle, piuttosto che con gli alto-borghesi e finti rivoluzionari che popolano il Pd (in parlamento e fuori). Una missione impossibile (forse), una missione necessaria.