Diciamolo: la polemica sulle quote obbligatorie per i richiedenti asilo, in materia di migrazione a livello europeo, ci ha già annoiati ancora prima di arrivare a conclusione.

Come una secchiata d’acqua piombata sugli ardenti entusiasmi del nostro governo e dell’Alto rappresentante per la Politica Estera e di Difesa, Mogherini, che aveva definito addirittura una giornata storica per l’Italia la presentazione dell’Agenda Europea per la Migrazione, si è abbattuta la dichiarazione del Primo Ministro francese Valls, prossima alla vigilia del Consiglio dei Ministri degli Esteri e della Difesa a Bruxelles: “L’Europa non può imporci niente” e ancora “Saremo noi a decidere a chi dare asilo”, tuonava sabato a Mentone. In effetti deve essere stata dura rinunciare alla prima di Nanni Moretti a Cannes per recarsi, agli ordini di Hollande, alla frontiera franco-italiana dove solo tra lunedì e giovedì scorso sono state fermate 944 persone. Certo, il tentativo di Hollande e Valls è teso a contrastare quella fronda interna all’elettorato francese sempre più nazionalista e meno europeista, che non a caso i loro avversari politici chiamano costantemente a sé esprimendo posizioni sempre più xenofobe. Ma la Francia è solo l’ultimo Stato membro ad aver manifestato qualche rigurgito rispetto a questa storia delle quote obbligatorie per gli asili, misura che la Commissione europea ha proposto nella sua Agenda, per fronteggiare l’emergenza rifugiati che sbarcano sulle nostre coste con la speranza che le loro domande d’asilo vengano accolte, magari perché perseguitati nel loro Paese d’origine o in fuga da guerre ed altre atrocità che rendono loro impossibile il ritorno in patria.

Al fronte slavo-baltico dei contrari, capeggiato dall’Ungheria come dicono alcuni, si unisce anche l’Inghilterra che ha sempre detto no alle quote e che fa appello ad alcune clausole dei Trattati per tirarsene fuori, come pure può fare l’Irlanda. Insomma gli equilibri sul quale si muoveranno gli ulteriori sviluppi e l’eventuale attuazione di questa Agenda Europea, che ha da poco visto il proprio Natale, si definiranno in base all’assestamento di questi fronti sgangherati, i cui protagonisti mettono di fronte ai capisaldi dell’Unione Europea e della tradizione giuridica occidentale, oserei dire, i propri interessi elettorali in maniera miope e ingenerosa. Ma la mia domanda è: se questo è quello che succede in materia di quote obbligatorie per gli asili e di piani sperimentali per il ricollocamento di un numero esiguo di profughi che si trovano già in Europa, cosa succederebbe se si stressasse il punto quattro della nuova Agenda, ossia l’inizio di una strategia di medio e lungo periodo per gestire i flussi a livello europeo basata sulle necessità del nostro mercato del lavoro e quindi su criteri ancora una volta poco coraggiosi e prettamente economici? Apriti cielo!

L’egoismo degli Stati membri comparirebbe sulla scena in tutta la sua compiaciuta e traboccante obesità. Un egoismo opulento e auto-conservatore, figlio di una società decadente, ripiegata su se stessa e sulle proprie paure. E pensare che, invece, per sperare di avere un ruolo rilevante nel mondo di domani, che é già oggi, l’Europa avrebbe bisogno di una gran dose di coraggio. Peccato che la volontà europea, se esiste, non è certo in grado di esprimersi, imbavagliata al palo delle potenze nazionali per le quali ciò che conta è solo coltivare il proprio orticello. Sorprende che questi Stati che si oppongono alle quote obbligatorie siano, salvo la Croazia, gli stessi che a Lisbona scrivevano nell’art. 80 del Tfue che le politiche dell’Ue relative ai controlli alle frontiere, all’asilo e all’immigrazione “sono governate dal principio di solidarietà e di equa ripartizione degli Stati membri, anche sul piano finanziario”.

Sono pure gli stessi Stati che nell’art. 78, par. 3 del medesimo trattato avevano previsto la possibilità di misure temporanee a beneficio di uno o più Stati membri interessati da “una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi”. Se è vero che Churchill, con grande lungimiranza esortava a lasciar sorgere l’Europa, credo sia arrivato il momento di puntare i picchetti e fare in modo che il risultato non sia semplicemente di montare una tenda ma di una consolidare una costruzione più solida. La condivisione della responsabilità dell’accoglienza dovrebbe diventare imprescindibile al più presto e senza eccezioni.