La metastasi delle Americhe. Che passa attraverso quei 3mila km di striscia dell’orrore che separa gli States dal Messico, e viceversa. Sul più famigerato e illegalmente attraversato borderline del mondo si consuma orma da qualche decennio una cinematografia di sottogenere ascritta nel genredrug movie”, specializzata appunto nel narcotraffico dal sud/centro America agli Usa. Il concorso della 68ma Cannes non ha voluto “astenersi” da tale stupefacente seduzione, selezionando Sicario tra i titoli in corsa per la Palma d’oro. Il film diretto dal canadese Denis Villeneuve (di lui ricordiamo gli ottimi Prisoners e Incendies, anch’essi a Cannes in annate trascorse) è l’evento di punta della settima giornata, specie per aver portato sulla Croisette star del calibro di Benicio Del Toro, Emily Blunt e Josh Brolin.

Il carismatico attore nativo di Puerto Rico è un’icona ormai riconosciuta di questo cine-genere, tanto da averci vinto un Oscar per Traffic di Soderbergh. Villeneuve non poteva scegliere miglior interprete per dar corpo all’enigmatico esperto di “cartello” arrivato a sostenere DEA ed FBI in un’operazione di rischio estremo. Se la Drug Enforcemente Administration è rappresentata dal personaggio di Josh Brolin, l’FBI si caratterizza per l’unica presenza femminile del film, impersonata dalla bravissima inglese Emily Blunt, al suo primo ruolo in un film di questa tipologia. Non siamo lontani dagli universi di Katrin Bigelow, anche per l’originalità del punto di vista al femminile, ma certamente il film di Villeneuve – a differenza della collega americana premio Oscar – non aggiunge nulla al concorso di Cannes né al genere in sé, in cui imperano il noto discorso sulla (il)legalità delle operazioni militari americane in quei contesti e sulla corruzione che le stesse istituzioni (da entrambi i lati del confine) incentivano pur di mantenere florido il più ricco traffico del pianeta. La convenzionalità dell’opera non vi sottrae comunque solidità, scorrevolezza, tensione drammatica, pathos da action movie e un’eccellenza visiva data soprattutto da Roger Deakins alla fotografia. Sicario difficilmente approderà al Palmares sebbene i fratelli Coen vi ritrovino più di un amico/collaboratore di sempre: da Deakins (9 candidature all’Oscar ad oggi e quasi tutte per film dei Coen bros) a Brolin, semi-onnipresenza nelle loro pellicole.

L’altro film “di giornata” è il terzo francese del concorso, Marguerite & Julien firmato da Valérie Donzelli, alla sua quinta prova in lungo. La modestia del film ci induce a confermare che dopo l’exploit del personalissimo La guerre est declarée, la cineasta transalpina e il suo fido collaboratore, attore nonché ex marito Jérémie Elkaim non abbiano più trovato una strada narrativa ed artistica convincente. Quest’ultima fatica, che racconta in formato fiaba pop l’amore incestuoso tra un fratello e una sorella realmente consumatosi nel 17° secolo in Francia, risponde a uno dei peggiori titoli dell’intero concorso.

Uscendo dalle selezioni di Thierry Frémaux e spostandosi alla parallela Quinzaine des Relisateurs, una delle belle conferme arriva dallo spumeggiante lungometraggio del belga Jaco Van Dormael, che già sulla carta avevamo notato come degno di attenzione. Intitolato The Brand New Testament, racconta i chiave grottesca e spudoratamente cinicomica, il fatto che “Dio è un orribile bastardo di Bruxelles. Sua figlia si chiama Ea, ha dieci anni, ed è la sorella di JC. Che non è Jean-Claude Van Damme, ma Jesus Chirst in persona. Lei vuole aiutare gli esseri umani a riprendersi dalla cattiveria di Dio padre, assoldando 6 nuovi apostoli da aggiungere ai 12 del fratello”. Gli assunti così sintetizzati bastano a far capire la nuance di un’opera tra le più sovversive ed acclamate quest’anno sulla Croisette.