Come volevasi dimostrare. Le dichiarazioni di Renzi in tema di restituzione della perequazione a seguito della sentenza della Consulta confermano quanto si prevedeva: mini rimborsi una tantum, tetto basso oltre il quale nessuna perequazione verrà riconosciuta; nessuna pensione verrà adeguata, indipendentemente dal fatto che le singole pensioni di importi simili abbiano storie contributive anche radicalmente diverse, quindi l’effetto perverso del trascinamento della non perequazione sulla vita futura dei pensionati sarà integrale.

Che il governo avrebbe cercato di andare a parare su una soluzione né equa né rispettosa della separazione dei poteri stava scritto in poche elementari considerazioni:

1) Poiché i governi che si sono succeduti, a cominciare da quello dei salvatori della patria Monti e Fornero si sono guardati bene dal:

– Eliminare gli enti più volte dichiarati inutili
– Accorpare dove possibile gli enti allo scopo di creare sinergia ed efficienza
– Togliere alcune attività dal controllo (attraverso le municipalizzate) degli enti locali che non ne fanno il miglior uso
– Ridurre seriamente l’evasione fiscale tramite una riforma dei sistemi delle deduzioni per creare conflitto di interessi tra evasori e contribuenti
– Applicare subito costi standard alle attività pubbliche, incluse le infrastrutture
– Riportare il numero delle pensioni di invalidità a quanto possa essere verosimile e non assurdo
– Sfrondare gli organici di enti e corpi dello Stato dove siano palesemente ridondanti.

lo Stato semplicemente non ha soldi; per inciso, senza quelle azioni mai li avrà.

2) La massa dei pensionati con assegni compresi tra 3 volte il minimo e i 3.000 € lordi/mese (oltre 4 milioni) avrebbe richiesto, con il pieno rispetto della sentenza della Consulta, una spesa di quasi 4,5 miliardi di euro per il solo rimborso degli anni 2012 e 2013, pertanto il populistico blocco dei soli assegni superiori a 3.000 euro (circa 800.000 pensionati con un “risparmio” di circa 1,7 miliardi) non sarebbe bastato a mantenere il debito entro i limiti voluti. Quindi era prevedibile una restituzione minimale anche per le pensioni fino a 6 volte il minimo.

3) Le reazioni alla sentenza dicevano chiaramente quanto poco il governo avesse intenzione di adeguarsi; da subito l’accento è stato posto non sulla giuridicità, sulla congruenza con il dettato costituzionale, con riferimento particolare alla continuità tra reddito e pensione, ma sui conti dello Stato, volendo far credere che il contenimento del debito si basi inappropriatamente solo sulla riduzione delle pensioni e non invece su una gamma di altri risparmi quali quelli precedentemente citati.

Detto che non c’è niente di nuovo né di inaspettato sotto il sole, qualche considerazione:

Da lustri la possibilità di mettere le mani sulle pensioni agisce da potente dissuasore sulla volontà di controllare le altre spese citate; potendo ripianare (un po’) i debiti agendo sulla previdenza, viene meno la necessità impellente di provvedere nell’immediato a governare con capacità. Ciò, oltre a trascinare il malgoverno, fa nascere un quesito sinistro: una volta esauriti anche i più fantasiosi interventi sulle pensioni, non avendo posto neppure una base minima per il risanamento di altre zone, a quali tasche si rivolgeranno i governi? Riflettano i più giovani.

Con grande squillare di trombe il governo ha elargito circa 900 euro/anno ai redditi fino a 20.000 euro/anno, cioè a redditi superiori alla soglia di tre volte il minimo della pensione sopra la quale la deindicizzazione riduce invece di fatto l’assegno; con una mano si prende e con l’altra si da, a redditi uguali.

Tutte le considerazioni sul ricalcolo contributivo, discutibili che siano, soprattutto nelle modalità, ma almeno qualitative, vengono concettualmente rese risibili se l’approccio nei fatti è sempre e solo quantitativo: prelievi basati sull’ammontare dell’assegno e non sulla storia contributiva.

Non che un approccio quantitativo sia di per sé sbagliato, attingendo alla solidarietà sociale, solo che ove il prelievo sia basato unicamente sull’entità della pensione e non sulla congruenza previdenziale tra pensione e contributi, ha natura puramente fiscale e pertanto (come la Consulta ha più volte sottolineato) e dovrebbe estendersi a tutti i redditi anche non pensionistici.

Il congegno ideato dal Governo resterà assai indigesto ai pensionati a partire da 3 volte il minimo e una pioggia di altri ricorsi pare prevedibile; in questo modo potrebbe ripetersi a orologeria il problema attuale, dove la Consulta censurasse di nuovo l’operato del governo. Ci sarebbe in quel caso l’aggravante del tempo che costringerebbe un governo futuro a saldare grandi interessi retroattivi etc. Questo sempre che l’esecutivo non riesca ad addomesticare la Consulta, come umoristicamente accenna Giannelli sul Corriere della Sera di oggi.

I governi cercano di garantirsi consenso facendo credere alla parte più debole della popolazione che il modo di migliorare le proprie condizioni di vita passi attraverso la riduzione di quelle di chi sta meglio, anziché attraverso una gestione oculata dello Stato e l’impulso alle attività produttive che generano lavoro. Ciò, oltre a sviare l’attenzione dalla capacità o incapacità di chi governa di pianificare e attuare ciò che serve a una crescita della ricchezza complessiva della nazione, induce a due atteggiamenti distruttivi: l’invidia sociale nei confronti di chi sta meglio e/o la rinuncia all’applicarsi per un maggior benessere.
L’uscita di Renzi circa il suo dispiacere nel dover concedere una tantum alle pensioni sopra 1.486 euro lordi così non potendo pensare a chi ha assegno da 700 euro rappresenta un punto basso di populismo, perché prescinde da qualsiasi analisi su che cosa sia sottostante a quelle due pensioni e lascia credere che per qualche maligno scherzo del destino due individui con una storia lavorativa identica alle spalle possano avere pensioni così diverse, mentre scavando anche poco nelle storie lavorative si comprenderebbe, eccome, la differenza.

Per ultimo, ma non il meno importante, la separazione dei poteri: la Consulta deve ”vegliare” sulla Costituzione; gli effetti delle sue sentenze possono piacere o meno, creare grattacapi o risolverli, ma metterne in discussione intenti e modalità di lavoro e pensare a modi di aggirarne i deliberati e controllarne gli orientamenti è una china pericolosa perché mina alla base la credibilità di chi ha la responsabilità enorme di vigilare che nessun potere dello Stato si prenda delle libertà nei confronti della Carta.

Risulta anche un po’ ridicolo che gli stessi giudici vengano osannati a fronte di alcune sentenze e vituperati a fronte di altre, quasi che le stesse persone fossero rigorosi interpreti del proprio compito oggi e vili portatrici di interessi personali e anti popolari domattina.