I corridori del Giro oggi riposano. Ma non smettono né di pedalare né di sognare il loro momento di gloria: “Mi piacerebbe riuscire un giorno a stare in testa, davanti a tutti gli altri. E magari andare in fuga… Ma dipende da come mi sentirò e se ne avrò occasione. Per ora, l’obiettivo è concludere il mio primo Giro, arrivare a Milano”. Tsabu Gebremaryam Grmay da Macallé ha intanto percorso quasi mezzo Giro, cioè nove tappe (ne mancano dodici), e ha già messo 1389,6 chilometri alle spalle: “Tutto sommato, mi sento abbastanza bene”, è il suo laconico commento.
Tsabu è appena rientrato in albergo, lo Sporting di San Benedetto del Tronto, dopo l’allenamento di routine – i ciclisti delle corse a tappe devono mantenere il “motore” sempre in caldo, anche quando c’è giorno di riposo.

Col meccanico Mattia Romanò di Carate Brianza ha controllato la sua la sua nuova bicicletta Scultura fabbricata dalla taiwanese Merida, il co-sponsor della Lampre. L’hanno presentata giusto alla vigilia del Giro. Ultraleggera, pesa 6,8 chili, al limite del regolamento Uci, il telaio monoscocca è in carbonio, “ha il carro corto”, spiega Romanò, “è molto indicata sui rilanci, cioè sui controscatti in salita”, il terreno prediletto di Tsabu. Questa bici ha una curiosa peculiarità: il freno posteriore sotto, come la scatola del movimento centrale, la rende particolarmente aerodinamica. “E’ bellissima, un gioiello”, sottolinea orgoglioso il campione africano (detiene il titolo continentale a cronometro), “è la prima volta che ne ho una così performante. Ah, se la vedessero mio padre e mio fratello…”.

Papà Gebremaryam Grmay ha un garage, fa il gommista. Si dice così anche in tigrino – la lingua di Macallé – e in amharico, l’idioma più utilizzato e più compreso d’Etiopia (in realtà, è la lingua madre di 12 milioni di amhara che vivono nelle regioni centrali e nord-occidentali del paese, ed è la seconda lingua per un terzo della popolazione). E’ lui che ha sempre avuto la grande passione per la bicicletta, è lui che ha fatto diventare suo figlio maggiore Solomon (oggi ha 33 anni) un corridore bravo da entrare a far parte della nazionale etiope e a vederlo gareggiare in tutta l’Africa. Ed è sempre papà Gebremaryam che ha accudito il figlio minore Tsabu, e che ne ha intuito il talento e le potenzialità.

“E’ per loro che devo arrivare a Milano”, più che una questione d’orgoglio è una questione di riconoscenza, di gratitudine, di consapevolezza del proprio valore. Gli etiopi sono infatti un popolo assai fiero. Sono convinti che l’Etiopia, fra tutte le nazioni d’Africa, abbia dimostrato d’essere una nazione a sé, con tradizioni, alfabeto, lingua, cultura, religione e persino calendario diversi da qualsiasi altro, frutto dell’unicità della propria storia. Sia i cristiani copti che i musulmani etiopi sono orgogliosi che l’Etiopia sia stata l’unica nazione a combattere, respingere e vincere la lotta popolare contro la colonizzazione, e sappiamo come sia andata a finire (Adua, Macallé…). Quando parlano degli popoli del continente, dicono “gli africani”, come se loro non lo fossero, se non geograficamente parlando…

L’orgoglio nazionale degli etiopi, spiega chi li conosce bene, magari può sconfinare in una sorta di xenofobia, magari li fa apparire ostinati, persino violenti, però il loro carattere profondo li porta ad essere soprattutto socievoli, gentili, generosi, cordiali. Come Tsabu, col suo sorriso sempre stampato sul volto, coi suoi occhi larghi e ottimisti; l’etiope si è conquistato la simpatia di tanti corridori del gruppo, non solo quella dei Lamprotti di Beppe Saronni. Di Tsabu tutti parlano bene. Lui osserva, impara: “Devo migliorare”, è diventato ormai il suo mantra. Umile perché sa cosa vuol dire avere conquistato un posto al Giro. Ogni tanto gli capita di sfiorare i campioni, di accodarsi a loro per qualche chilometro. Come Alberto Contador che per lui è il migliore e probabilmente “vincerà il Giro”. Fabio Aru? “E’ giovane, è molto combattivo. Ma gli manca ancora l’esperienza di Contador”.