Nel padiglione di Eataly all’Expo è esposta un’opera d’arte di Luigi Serafini, una donna artificiale in plastica a grandezza naturale che sembra vera, in posizione supina con i seni e il pube non depilato scoperti e la parte inferiore del corpo che si tramuta in una carota gigante. La donna è in posizione supina, in parte coperta dalla terra in una teca che ricorda una bara e ha le braccia aperte con le mani che reggono due carote con la punta rivolta verso l’alto. Ho potuto vedere la foto grazie ad una segnalazione di una mia amica giornalista, Ketty Carraffa, e grazie ad alcuni articoli che circolano in rete nei quali la consigliera comunale milanese di Rifondazione Anita Sonego la definisce “trashissima, maschilista e pecoreccia” e Marina Terragni, membro della direzione nazionale del Pd parla di “orrore” e di “una salma carotizzata con allusive carote in mano”, un esempio di “ortopornonecrofilia”.

I social network hanno dato molto più spazio alla notizia di quanto non abbiano fatto i media tradizionali, qualcuno maligna che la Boldrini o le rappresentanti di associazioni come “Se non ora quando” se ne siano state in silenzio perché non avrebbero alcun interesse ad attaccare Oscar Farinetti ma a fare le loro veci ci ha pensato la gran quantità di donne che su Facebook ha definito l’opera disgustosa e gravemente offensiva della dignità femminile in un contesto che non è una mostra di arte moderna ma un padiglione di Expo che come tema principale avrebbe “Nutrire il pianeta, Energia per la vita” e non nutrire i commenti di chi si lascerà inevitabilmente andare ad affermazioni volgari e maschiliste.

Al di là del simbolo fallico rappresentato dalle carote e dall’immagine della donna tra l’ortaggio da consumare e il rifiuto riesumato, posso dire che questa “opera d’arte” non mi piace senza essere etichettata come una fanatica veterofemminista? La trovo brutta, stop. Qualcuno potrebbe obiettare che, essendo arte, l’arte molto spesso suscita provocazione o disgusto, ne è la prova tangibile la famosa “merda d’artista”, le feci sigillate e inscatolate da Piero Manzoni in barattoli che oggi vengono venduti ad una cifra che si aggira fra le 70.000 e le 124.000 euro. A me piace di più pensare che Manzoni abbia voluto dimostrare che il mercato è disposto a diffondere ed esaltare qualsiasi “produzione” di un artista purché quest’ultimo sia un artista di fama.

Non me ne vogliano coloro che trovano bella quest’opera, de gustibus non est disputandum. Non me ne voglia Luigi Serafini, sicuramente tra le sue opere ce ne sono alcune che, sotto il mio punto di vista, sono molto più apprezzabili. Non me ne voglia nemmeno Vittorio Sgarbi che è un amico e che ha voluto “La donna carota” all’Expo, faccio parte di quella ristretta cerchia di persone che non hanno mai ricevuto i suoi insulti e vorrei continuare a mangiare carote pur non essendo una “capra”.

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Riceviamo e pubblichiamo la replica del Coordinamento nazionale di comitati di Se non ora quando:

Siamo consapevoli che non si censuri alcuna opera d’arte in quanto tale, ma la sistemazione dell’installazione artistica della c.d. donna-carota in uno spazio pubblico, quale è il padiglione di Eataly, ci legittima a sottolineare che appare incongrua ed inopportuna tale scelta. Ci preoccupa che un evento a carattere internazionale come l’Expo 2015 di Milano, occasione ideale per riscattare il volto dell’Italia agli occhi dell’Europa e dell’intero globo, possa veicolare una rappresentazione delle donne stereotipata e sessista nel nostro Paese, anche solo per il tramite di un’opera d’arte. Difatti consideriamo l’istallazione “concettuale” della donna-carota alla stregua di un particolare strumento promozionale, che rimarrebbe comunque un oltraggio alla dignità delle donne. Per questo motivo protestiamo formalmente con Oscar Farinetti, invitandolo a rivedere la decisione di collocare quell’istallazione artistica nei suoi spazi espositivi perché, in ultima istanza, la dignità delle donne è la dignità del Paese.

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Controreplica del 24 maggio 2015

A mio parere Oscar Farinetti dovrebbe rimuovere la “Donna Carota” dallo spazio espositivo si Eataly non perchè offensiva o lesiva della dignità della donna ma perchè il manichino in materiale plastico ottenuto dal calco di una modella in posizione supina con le braccia aperte e in una specie di bara sembra un cadavere deposto dopo la crocefissione e la conferma che quelle due carote quasi piantate nelle mani più che richiamare due falli richiamino sofferenza me la fornisce proprio l’artista Luigi Serafini che parla di “stimmate” in una video interista al Fatto Quotidiano. L’opera sarebbe senz’altro meglio tollerata nell’ambito di una mostra d’arte contemporanea ma non all’Expo che con il suo tema tanto declamato “Nutrire il pianeta, energia per la vita” si prefigge di essere un inno alla vita e non alla morte. (MZ)