In circa vent’anni di onorata professione mi sono sentito dire credo qualche migliaio di volte, specie da aspiranti artisti, che il racchiudere la musica in genere preconfezionati è un vizio dei critici musicali, una scorciatoia di chi non ha voglia di analizzare, di chi preferisce procedere per paragoni piuttosto che cercare le parole giuste, gli esempi giusti, le suggestioni giuste. Il tutto detto da gente che, ad andar bene, scimmiottava questo o quel cantante inglese, senza neanche l’accortezza di mescolare un po’ le carte.
Comunque è vero, i generi sono scorciatoie, come lo sono in genere le parole. Stanno lì, le dici e evochi qualcosa, senza bisogno di perdere troppo tempo a spiegare cosa. Poi è chiaro che gli artisti sono liberi di spaziare nelle categorie, anche tra le categorie. Ma non è, per parafrasare, che se uno interpreta alla propria maniera il ruolo di ala sinistra, convergendo sistematicamente verso il centro e andando poi, magari, a svolgere ruolo di mezza punta quando la squadra procede sulla fascia opposta, il cronista sportivo sta lì a inventarsi un nuovo nome.

Questa cosa del calcio, senza stare a citare Camus, fa sempre effetto, tanto quanto il dire che un critico non è Lester Bangs o Carlo Emilio GaddaPari e patta.

Poi però arrivano i Faith No More, che a dire il vero sono arrivati assai prima che qualsiasi di questi aspiranti artisti ci tenesse a farmi sapere di ritenersi non ingabbiabile in definizioni, e l’idea di generi è stata duramente messa alla prova. Perché negli anni 80, sempre loro, maledetti, quando la band che poi ha dato modo a Mike Patton di dimostrare di essere, in effetti, il migliore cantante del mondo, ha cominciato a muoversi sulle scene americane, l’idea di definirli è stata subito ostica.

Cosa facevano/fanno? Heavy Metal? Certo, perché velocità, struttura di canzoni, distorsioni delle chitarre, ritmica dei brani, lascerebbe intendere questo. Ma poi c’è dentro altro. Molto altro. Rap? Sì, anche, perché l’incedere di Patton, uno che i generi se li mangia a colazione, a pranzo, a merenda e anche a cena, può serenamente finire nel rap, con un flow, per altro, talmente riconoscibile da essere preso poi da esempio da tutta una genia di artisti dei quali, bontà di Dio, avremmo tranquillamente fatto a meno.

E poi? Tutto. Quasi tutto. No, proprio tutto. Con una manciata di album, i Faith No More, hanno ridisegnato il concetto di contaminazione. Facendo canzoni volendo anche pop, se per questo si intende popolari, e i numeri lo dimostrano, ma colte e tridimensionali. Poi, è storia, la band ha preso strade differenti. Patton, uomo cui andrebbe sì affibiata un’altra dimensione, ha messo in piedi una serie infinita di progetti, in band o soliste, e noi, fan della prima ora, siamo rimasti qui, a continuare a girare sul piatto dello stereo gli album vecchi.

Poi comincia a circolare la notizia che la band sta per tornare in studio. Boom. La band torna davvero in studio, circolano voci, foto, spezzoni di notizie. Il nome finisce nei cartelloni. Ma questo potrebbe anche essere parte di una strategia per raccogliere soldi. Si sa, le band i sciolgono proprio in vista di una futura reunion, non credo sia necessario fare esempi robonanti. Poi, dopo qualcosa come diciotto anni, ecco che arriva Sol invictus, il nuovo album dei Faith No More.

Diciotto anni. Come dire che uno potrebbe essere nato dopo il loro scioglimento e oggi, mentre si ascolta il loro nuovo lavoro, potrebbe mettere in moto la macchina, pronto a guidare per andare a votare. Ok, stai tergiversando, mi farete notare. Lo stai facendo da un numero imprecisato di righe. Perché in fondo questo post dovrebbe parlare di Sol invictus, mica di altro. Del nuovo album dei Faith No More, con Mike Patton ai microfoni.

Com’è, bontà di Dio? Sol invictus è il nuovo album dei Faith No More, al 100%. Senza deviazioni sul percorso principale, giusto con quel tocco di esperienza in più, ce ne fosse bisogno. Nessuna concessione al revival, e del resto sarebbe impossibile per una band che ha fatto della capacità di spiazzare, sempre e comunque, il proprio fiero punto di forza. Dieci brani, non uno di più. Nessun occhietto al mercato. Come è sempre stato. Se proprio volessimo cercare quell’occhietto, una sorta di gigioneggiare su quel che è stato, direi che il singolo Motherfucker è l’unica concessione che Patton e soci si concedono, ma è un brano di una tale bellezza, con quel ritornello alla Epic, da farli maledire per tutti questi anni di silenzio. Se no, per il resto, c’è tutto. E per tutto intendo tutto il mondo musicale, non tutto il mondo musicale dei Faith No More, dai Pink Floyd al Thrash Metal, passando per la west coast e tutto quel che vi può venire in mente.

Tutto mangiato, digerito e sputato fuori bello e impacchettato. Buono per i fan di Frank Zappa e Captain Beefheart tanto quanto per chi ha messo qualche loro vecchio brano in una playlist a fianco di More than words degli Extreme e Every rose has its thorn dei Poison. Non fossimo solo a maggio, non ho dubbi, avrei intitolato il post: ecco il disco dell’anno.