Please not corporates! Risponderebbero così i neo laureati inglesi se fosse proposto loro un lavoro in una multinazionale. Lo stesso farebbero i laureati italiani che hanno studiato delle top universities in quelle discusse classifiche internazionali. Questo è il dato di una precisissima ricerca del St Gallen Symposium che ha intervistato più di un migliaio di laureati nella categoria millennials, nati tra 1982 e il 2000: il più importante bonus che questi giovani desiderano è lavorare in un’azienda che abbia un impatto positivo sul mondo.

In questi giorni i media internazionali appassionano i lettori con il tema del “guadagno meno ma lavoro eticamente“, dal Financial Times, al Guardian, si pubblicano statistiche, studi, sondaggi d’istituti blasonati. E’ un argomento stonato per questo nostro Paese?

Certo sembra in antitesi con le notizie che noi maciniamo in tema di lavoro dei giovani: con tutta l’incertezza sul vero numero dei nuovi contratti a tempo determinato, sulla natura dell’aumento degli impieghi stabili di cui parla il governo. E poi figuriamoci se possiamo scegliere, con un tasso di disoccupazione giovanile risalito al 42,6 per cento. La scelta che conosciamo è: lavoro in nero o precario quando va bene, oppure l’aiuto sincero – certamente etico – della pensione dei nonni?

Arriverà un momento in cui tutto questo dovrà appartenere al passato e non per una visione ottimistica della politica nazionale, o per un risveglio delle coscienze. Ma perché non si potrà più parlare di lavoro solo dal punto di vista quantitativo, lo dicono i più importanti economisti del mondo. Tra gli italiani ci sono molti millennials, super qualificati che avranno tutto il diritto di scegliere. Questi giovani, che in molti considerano utopisti, ribaltano nei fatti l’attuale prospettiva: sono usciti da università importanti, internazionali, sono formati e qualificati, tra loro ci sono ingegneri specializzati in nanotecnologie, in robotica, esperti in digital fabrication, in e-government, sono richiesti all’estero, possono permettersi di andar via. Lo fanno da diversi decenni ormai. Oggi danno indicazioni precise,vorrebbero lavorare in un’azienda che dia loro la possibilità di essere coinvolti in progetti appassionanti, e che la governance aziendale sia attenti agli aspetti etici del lavoro e della società.

Richieste che danno concretezza a ciò che gli economisti di rigore mondiale hanno prescritto: innovazione, sperimentazione, lavoro collaborativo, una governance che non sia verticale e fattore di competitività puro, ma condivisione delle scelte aziendali, ascolto. E che gli italiani non siano esclusi. Deve esserci tempo e spazio per preparare questo tipo di mercato del lavoro. Tanto più che gli annunci della ripresa si moltiplicano.

Potrebbero essere loro a dettare le regole; da anni in Italia – dati Ocse 2013– mancano gli high skilled – i laureati con competenze di alta specializzazione . “Non solo l’Italia ha un basso numero di lavoratori altamente qualificati rispetto alla maggior parte delle altre economie – commentavano dall’Ocse – ma quelli che ci sono, non sono ben utilizzati, soprattutto le donne”.

Così tutto il livello della qualità del lavoro si è abbassato, e sembra un miracolo che nei settori legati alle nanotecnologie e alla robotica, l’Italia resti tra i leader mondiali. Per continuare l’Italia ha bisogno di loro, di questi curiosi idealisti.

Nel frattempo chi ha dedicato attenzione alle tendenze globali, si è già dato da fare: c’è un ecosistema parallelo fatto di Fab Lab, di piccole aziende che investono nella fabbricazione digitale in 3D, imprese agricole che utilizzano competenze aggiornate, coltivazioni sostenibili, biologiche, biodinamiche, con vendita dei prodotti attraverso canali alternativi alla grande distribuzione. E’ un mondo che si fa sentire poco, che non chiede finanziamenti pubblici, geneticamente abituati a vederseli rifiutati. Fanno da soli, si parlano in rete. Anche cominciando con un crowdfunding di origine familiare. Scelta etica o pura necessità?

Forse la nostra situazione non ci rende così sicuri e fiduciosi tanto da poter dire come gli inglesi nati tra il 1981 e il 1996 che vogliono lavorare per una società che abbia un impatto positivo, per il 62% su 2000 laureati secondo una ricerca pubblicata dal Guardian. Mentre la metà tra loro preferisce un lavoro motivante a uno stipendio alto, e il 53% sarebbe disposto a lavorare molto di più, nella consapevolezza però che l’azienda stia dando un contributo sui temi ambientali ed etici.

Reclamare legalità, trasparenza, cambiamento, etica del lavoro, dignità, e riconoscimento dell’impegno e dell’ingegno, questo i nostri millennials possono pretenderlo, nonostante una realtà che gli rema contro. Gli adulti, gli amministratori, le università, gli imprenditori, si regolino di conseguenza.