A metà luglio ci sarà la “festa” del Giappone all’Expo. Per l’occasione, dovrebbe arrivare anche il premier Shinzo Abe, sempre che nel frattempo il Parlamento sia riuscito ad approvare tutte le “riforme” (tra le quali alcune di portata storica, come quella che di fatto consentirà al Giappone di partecipare a conflitti armati). Sin qui, nulla di male. Tutti i paesi partecipanti prevedono una o più visite ufficiali, per celebrare il loro padiglione (quello giapponese è uno dei più belli, senza alcun dubbio) e attirare l’attenzione dei media.

E sul Giappone ce ne sarà senz’altro, perché dopo una lunga trattativa (e ancora non è sicuro se ciò avverrà a luglio, o più tardi in autunno) pare che sbarcherà all’Expo una delegazione di produttori di sakè (il “vino” di riso), assieme a funzionari e dirigenti politici, della prefettura di Fukushima. Lo scopo è ben preciso: l’emergenza è passata, i nostri prodotti sono assolutamente sicuri, aiutateci a far “ripartire” il Tohoku, la regione a nord est di Tokyo colpita dalla tripla catastrofe nel marzo 2011.

Bisogna essere molto chiari. Un conto è la – relativa – sicurezza del cibo e del sakè. I giapponesi – tranne qualche loro governante – sono gente seria e responsabile, e quando dicono, con tanto di risultati dei test messi a disposizione, che i loro prodotti, riso e sakè compresi, sono oramai “sicuri”, ci si può credere. Non mangerei certo una spigola pescata al largo di Fukushima, ma confesso di non aver nessun problema nel consumare pesce, verdure, ortaggi e quant’altro offrano i mercati e i ristoranti della zona, anche nei posti più vicini alla centrale di Fukushima. Mi fido dei test, soprattutto oggi (un po’ meno subito dopo l’incidente).

Ma da qui a far passare il “messaggio” che l’emergenza sia finita, che il nucleare – assolutamente indispensabile  – sia stato ancora una volta domato e debba dunque ripartire (promessa che il premier Abe ha fatto da tre anni ormai, e che per fortuna non è ancora riuscito a mantenere: ad oggi nessuna centrale è tornata in funzione) ce ne passa. E non va consentito. Per rispetto delle centinaia di migliaia (non poche decine di persone, come certi media sostengono) di cittadini giapponesi che quattro anni dopo l’incidente sono ancora in attesa di sapere cosa sarà di loro. Nessuno glielo dice. E se glielo dicono, raccontano bugie.

Uno degli aspetti più crudeli, più inumani della gestione dell’emergenza è infatti l’idea, irresponsabilmente amplificata da certi media, che prima o poi nella zona evacuata si potrà tornare. Un’idea balzana, che contrasta con ogni valutazione scientifica, che tuttavia le autorità locali e soprattutto il governo continuano a sostenere, “riaprendo” una dopo l’altra le piccole città attorno alla centrale, invitando la gente a tornare quanto meno a lavorarci. In molte, infatti, è ancora vietato fermarsi a dormire, visto che le radiazioni sono ancora troppo alte. Curioso no? Le radiazioni di giorno non fanno male, di notte sì. Ma dico, scherziamo?

E’ una cosa gravissima, questa, perchè colpisce e ferisce ancora una volta gente povera e in genere anziana, gente legata alla sua terra per la quale non contano risarcimenti ed indennizzi, ma il sogno di poter tornarci. Magari anche solo per morirci.

I dati ufficiali parlano di 118.000 “rifugiati”. Di questi, circa 73 mila provengono dalla regione di Fukushima. Ma sono dati poco credibili. Per tutta una serie di motivi moltissimi “evacuati” non si sono registrati: io personalmente conosco varie famiglie che non l’hanno fatto, nonostante questo significhi, in alcuni casi, la perdita dell’assistenza sanitaria gratuita ed altri benefici. La maggior parte vive ancora in abitazioni temporanee che se nei primi tempi avevano giustamente suscitato stupore e ammirazione nel mondo per la velocità e l’efficienza con le quali erano state realizzate, oggi sono l’ennesimo esempio di globale sciatteria. Costruite per durare un paio di anni, con materiali leggeri, stanno cadendo letteralmente a pezzi, provocando le proteste degli abitanti più pazienti ed educati del pianeta. Abitanti che pensate un po’, debbono pagarsi persino la luce ed il gas, i cui costi vengono detratti dall’indennizzo (circa 700 euro al mese)  che ricevono. Il tutto in una zona dove a suo tempo – come in tutto il resto del Giappone – i sostenitori del nucleare “compravano” il consenso dei locali promettendo energia gratis, o superscontata, a vita.

La “grande bugia” che il governo ha raccontato a questi poveracci è stata suddivisa in varie fasi. La prima è stata quella di promettere un ritorno dopo la decontaminazione. Un’operazione controversa, non ancora conclusa e che secondo molti non ha avuto e non ha alcun senso e che ha arricchito ulteriormente la mafia locale, che oltre a procurare la mano d’opera “a perdere” per i lavori pericolosi all’interno della centrale  si è anche aggiudicata la maggior parte degli appalti della decontaminazione. Ma non basta. A tutti i livelli, ma soprattutto sui media, si insiste da tempo  sul concetto – in questo caso davvero abusato e poco “giapponese” – di resilienza. Un termine tecnico usato per misurare la “tenuta” dei materiali di fronte ad un urto e che in questo caso indica la capacità di “resistere”, di reagire, di assumere un atteggiamento positivo difronte alle difficoltà.

Ora, se c’è un popolo che ha la resilienza nel sangue, è proprio quello giapponese. Ma suscitare, indurre sensi di colpa e di “disfattismo” sociale su una madre che – più che legittimamente – ha dei dubbi sul ritornare a vivere in una zona contaminata è davvero inaccettabile. Come inaccetabile è organizzare “gite” nelle città d’origine dove i bambini delle famiglie che hanno deciso di non tornare vengono fatti incontrare con quelli che invece sono tornati, con il risultato, evidente ed auspicato, di provocare in loro nostalgia e sensi di colpa. Ma è quello che sta succedendo, e che sta provocando divorzi, tensioni, suicidi.

“La scarsa e contraddittoria informazione sta provocando danni collaterali enormi – spiega la scrittrice Randy Taguchi, che sulla questione ha scritto già due romanzi – ai residenti si cerca di far passare il concetto che il diritto ad una vita tranquilla e sicura non esiste più, che bisogna adattarsi al concetto di una società “a rischio”, dove l’emergenza è continua ed inevitabile”. Qualcosa di profondamente difficile da “digerire”, per i giapponesi. Che infatti non la digeriscono.  E cominciano a reagire. Chi scappando, chi suicidandosi, chi buttando nel gioco d’azzardo e nell’alcol i sussidi che ricevono, chi unendosi al sempre maggior numero di “rifugiati” che intentano cause collettive (una novità , per il Giappone) contro la Tepco ed il governo.

Ma di tutto questo Abe ed il suo governo non parlano. Soprattutto quando vanno all’estero, fedeli alla consegna, inaugurata proprio dal premier Abe quando andò in Argentina per appoggiare la candidatura di Tokyo alle Olimpiadi, che a Fukushima l’emergenza è finita, e che tutto è sotto controllo. Non lo è. Quando andremo – e giustamente – all’Expo a brindare con i delegati che rappresentano la Fukushima della rinascita, pensiamo anche alla Fukushima che ancora soffre, e chissà per quanto continuerà a soffrire, a causa del più grave – e più che prevedibile – incidente nucleare della  storia. E speriamo che nel frattempo ai gestori del padiglione, che ripetiamo è davvero bello e “istruttivo”, venga in mente di insegnare un’altra parola, oltre alle due che vengono ripetute ai visitatori (itadakimasu, “grazie per il cibo che mi offri”, che si dice prima di mangiare, e gochisousama, “grazie per il cibo che mi hai offerto”, detto dopo aver mangiato). E cioè gomennasai: scusa. Scusa ai loro cittadini, innanzitutto, per averli così gravemente e irrimediabilmente fatti soffrire. Ma anche al mondo intero. Perchè Fukushima, come ogni altra singola centrale nucleare, basta pensare a Chernobyl, non è un problema del paese in cui si trova. Riguarda tutti.