Premessa. Alberto Contador non si è ritirato: ha concluso in rosa la settima tappa da Grosseto a Fiuggi, la più lunga. Il Girum 2015 è salvo. Per ora. El Pistolero, anzi, da oggi El Doloroso, ha corso con grande coraggio, stringendo i denti e sperando di dominare i violenti dolori provocati dalla sublussazione alla spalla sinistra. Il Progetto Doppietta continua: come è noto, El Doloroso vorrebbe conquistare Giro e Tour nella stessa stagione, entrare così nel ristrettissimo club (inaugurato da Fausto Coppi) dei fuoriclasse e della leggenda ciclistica. Se supera il week end e non busca più di un paio di minuti – è probabile che li perda a Campitello Matese, secondo arrivo in salita di questa prima bollente settimana del Girum 2015 e domenica nella sarabanda di su e giù che tormentano la BeneventoSan Giorgio del Sannio – potrà rifarsi nell’ultima, decisiva settimana. Se invece dovesse arrivare con distacchi incolmabili è assai probabile che El Doloroso dica addio alle sue ambizioni.

Torniamo al menu di giornata. Quest’oggi, tanta apparenza, e sostanza ingannevole. Dicono che quella da Grosseto a Fiuggi sia stata la tappa del “fair-play”, perché nessuno ha approfittato della situazione assai delicata e dolorosa in cui si è ritrovato, suo malgrado, la maglia rosa Alberto Contador, coinvolto rovinosamente in una brutta caduta a 250 metri dal traguardo di Castiglione della Pescaia. Ed è vero che il gruppo non ha attaccato El Doloroso. Anzi, c’è stato un coro unanime: a osannare la bella lezione di lealtà sportiva, a sottolineare che non c’erano stati né sciacalli, né avvoltoi. E che i conti, finalmente, sarebbero stati regolati a colpi di pedale, non a stilettate nella schiena: nessuno, infatti, ha dimenticato il pessimo episodio del Giro 2014, quando ci fu chi approfittò – nella tappa di Montecassino – delle disgrazie altrui. Quel cinismo non era stato un buon servizio per il ciclismo, già martoriato dal peggiore degli inganni, il doping.

In verità, la tregua ha fatto comodo a tantissimi, dopo quest’inizio di Girum 2015 tirato alla morte. Pedalare così stronca. L’ottava tappa è rognosissima, c’è tanto veleno nella portata di giornata, da Fiuggi si arriva in salita a Campitello Matese, dopo aver scalato la Forca d’Acero (ventisei chilometri d’arrampicata, 1294 metri di dislivello, pendenza media 5 per cento, massima 9 per cento): le rampe di Campitello possono far male, assai più di quelle dell’Abetone. Tredici chilometri con pendenze medie del 6,9 per cento e massime del 12 per cento: un calvario per la spalla sinistra di Contador: “Poteva essere il terreno giusto per un mio attacco, invece sarò costretto a difendermi”, ha constatato amaramente la maglia rosa al termine della settima tappa da Grosseto a Fiuggi, “adesso sogno un po’ di ghiaccio e di riposare”. Il ciclismo d’ogni tempo ha raccontato pagine di sofferenza e dolore, di ingiusti agguati del destino. Quello di oggi è più astuto. Più subdolo. Al popolo bue si ammannisce la melassa buonista dei corridori che non hanno infierito sulla maglia rosa con la spalla sublussata. Mentre la realtà è che andando piano il gruppo ha rosolato a dovere Contador, obbligandolo a stare in sella per oltre sette ore, perpetuandone la sofferenza. Anche oggi abbiamo visto la rigidità del braccio sinistro e l’innaturale postura della spalla. Onore al combattente.

Il ciclismo del Giro racconta pure storie di riscatto: urlato con tutta la rabbia in corpo. Come quella del figliol prodigo Diego Ulissi, venticinque anni e gran talento da finisseur sciupato da una positività al salbutamolo emersa al termine dell’undicesima tappa, nel Giro del 2014, dopo un controllo antidoping. Nove mesi di squalifica, il ritorno all’agonismo il 28 marzo. Ebbene, nella giornata del calvario di El Doloroso, è spuntata la ruota Fulcrum della sua bici Reacto Merida (il partner taiwanese della Lampre) al termine di una lunga, convulsa e confusa volata, incattivita dalla strada in leggera salita e da un ultimo “dente”. Appena superata la linea dell’arrivo, alla fine di uno sprint feroce davanti allo spagnolo Juan José Lobato (Movistar) e di Simon Gerrans (Orica), ha gridato come quei gladiatori che hanno sconfitto la morte e che si sono affrancati dalla schiavitù.

Si è liberato di un passato che lo inseguirà comunque, “una leggerezza che ho pagato troppo, perché è stato dimostrato che non avevo assunto quella sostanza per andare più forte…”. Si è poi lasciato andare al gesto del penitente, a baciare l’asfalto, il cammino dei ciclisti, e si è trovato circondato dall’abbraccio dei Lamprotti che lo hanno pilotato alla vittoria, Manuele Mori, Roberto Ferrari, l’argentino Axel Maximillano Richeze, persino il nostro amico Tsabu Gebremaryam Grmay aveva fatto il suo dovere fino a cinque chilometri dall’arrivo, insomma, un successo preparato a tavolino: tutti aspettavano il guizzo di Philippe Gilbert, o quello di Michael Matthews, a un certo punto si erano viste le manovre dei team Trek, Lotto e Bardiani, per portare in pole position i loro velocisti, invece, Mori ha portato Ulissi risalendo a zig zag il plotone, mentre Richeze li proteggeva e Ferrari bloccava ogni spiraglio.

Due tappe vinte in sette giorni, il bilancio Lampre si fa ghiotto, e in quest’abbuffata, la sua piccola ma indispensabile parte il nostro Tsabu l’ha avuta. Ieri ha accusato nel finale un ritardo di un minuto e 32 secondi, piazzandosi 110°, in classifica generale ha tuttavia guadagnato un altro piccolo posto, ora è quarantunesimo a 19 minuti e 53” da Contador. Il suo ruolo è ben definito: è nel Trio Lescano dei Lamprotti scalatori, con Niemiec e Polanc, dovrà gestire le grandi salite, soprattutto nella terza settimana, entrare nelle fughe, aiutare Niemiec a restare coi migliori. Purtroppo, il polacco ha avuto dei problemi nelle primissime tappe e ha perso parecchio. Oggi accusa 5 minuti e 10 secondi di ritardo da Contador: “Devo arrivare alle grandi salite senza aver troppo pagato nella prima parte del Giro” mi ha detto stamani l’amico etiope, “sinora tutto sta andando bene”. La fatica è pane per i suoi denti. In Etiopia i corridori agonisti sono un centinaio, lui è l’unico professionista: è una questione d’orgoglio terminare questo Girum e contribuire ai successi della squadra: “Aspetto che arrivino le salite giuste per me”, chissà, visto che sinora a vincere sono soprattutto i giovani, c’è spazio anche per la prima vittoria di un etiope al Girum. Il ciclista di Macallé, a scompigliare di nuovo le carte della Storia: “Magari”, sorride Tsabu, “so cosa potrebbe significare”.