File photo B.B. KingPotremmo già appagarci, dormire sonni tranquilli, per quello che ci lascia in eredità: centinaia di dischi, un modo di suonare il blues rivoluzionario, la voce, la sua faccia. Non se ne va in punta di piedi, B.B. King, uno dei re che l’America non ha mai avuto. Magari, come tutti quelli che tirano l’ultimo respiro, lo avrebbe preferito, ma la sua morte è assordante. Perché è stato uno dei musicisti fondamentali, di, e per, sempre.

Un capolavoro lui stesso: non poteva più produrne, perché ormai lo era lui stesso. “The blue light was my blues”, cantava Robert Johnson, “and the red light was my mind”. Il blues e la mente, come la coscienza e il cuore di Huckleberry Finn, sono due soggettività distinte che agiscono dentro la stessa persona, come due luci diverse che non si incontrano mai anche se stanno sullo stesso treno.

Oggi quel treno ci è venuto addosso contromano, perché per noi che lo abbiamo amato B.B. King era e resterà immortale. Come la sua Lucille, la chitarra che aveva sposato, l’aveva accarezzata emettendo pianti, quando era il momento di piangere, e sorrisi, molto. Scrive Alessandro Portelli, tra i più autorevoli “americanisti” italiani, dell’America profonda, piena di colori scuri: “Il blues pianta tensioni e ossessioni universali dentro la specificità di una storia particolare, ed estrema. Può dare corpo alla sensazione moderna di perdita del possesso di sé proprio perché nasce nell’esperienza di essere posseduti legalmente, materialmente – merce prima, servi della gleba poi”.

B.B. King da lì arrivava. Il riscatto di una vita era visibile al collo, tra le dita, ricoperte di ori, nelle giacche costose e orripilanti: le pietre e le catene d’oro erano il segno di un passaggio di confine tra l’essere schiavi e celebrati.

Musicalmente ricordiamo tutto, e non c’è da aggiungere niente alle biografie più o meno farlocche. Raccoglieva cotone, la voce ce l’aveva nel Dna, la chitarra l’avrebbe studiata. Orfano, lavorava in una piantagione di cotone vicino a Memphis, là dove nacque l’altro re che l’America non ha mai avuto, Elvis Presley, e capì che poteva fare della musica un mestiere.

Negli anni si è esibito con tutti i grandi chitarristi, a partire da Eric Clapton, che gli deve molto, fino a Steve Ray Vaughan, Bo Diddley, Chuck Berry, senza fare torto a nessuno, tutti gli altri restano un gradino sotto.