Ieri sera, 13 aprile, ci siamo messi di buzzo buono a vedere La Gabbia, pur sapendo che i riecheggiamenti populistici ci provocano il morbillo. Ma a restare sempre in compagnia dei propri pregiudizi si rischia di darsi ragione da soli, e così, mentre su Canale5 la Juve attirava 11 milioni di spettatori pari al 41% di share, noi ci siamo avventurati nella terra aliena abitata da Paragone (che sarebbe un Del Debbio che ha studiato musica anziché filosofia).

E ci siamo beccati un’ora buona di immigrati che: 1) non andrebbero affondati, perché non sta bene, ma rigirati verso la costa donde erano salpati; 2) sfruttano privilegi che agli indigeni sono negati; 3) accaparrano lavori, tant’è che molti dei nostri sono costretti a rifarsi sugli inglesi emigrando a Londra; 4) si assiepano presso i Wi-Fi gratuiti (Hai capito! Pure il telefonino hanno!) per messaggiare con parenti e amici; 5) e meno male che il bagno non chiedono di farlo nelle Jacuzzi.

Poi, per ingolosire il pubblico, Paragone ha buttato lì: “Dopo parliamo dei Rom”. Né più né meno come il titolare di un locale di quelli molto complici che, al pubblico degli habitué assicura il completamento dei numeri, strip tease e freddure, che ne motiva il fedele afflusso. A quel punto, l’animo ha ceduto e siamo passati a vederci un film diretto da Angelina Jolie, richiudendoci con cura il telecomando alle spalle.

E sì che a La Gabbia era allestito un ampio pluralismo di opinioni: Beha (in versione buon senso “di sinistra”), Licia Ronzulli di Forza Italia, Matteo Ricci del Pd e Di Stefano per CasaPound. Il punto è che ognuno diceva eloquentemente la sua, ma l’unica voce che la memoria tratteneva era quella dell’ultimo, il fascio-nazi o non sappiamo bene cosa, perché era la sola coerente col format ideale del programma: l’agitarsi in gabbia. E cioè, non ingaggiare una dialettica attorno alla soluzione di problemi, ma testimoniare gli stati mentali che i problemi provocano, portare ad espressione il rimuginio senza costringerlo a perdersi divenendo pensiero.

O almeno così pare a chi, come noi, non riuscirebbe, né a praticare, né tantomeno ad allestire un happening settimanale basato su questi presupposti. Ma non la pensa come noi, evidentemente, il pubblico che tenacemente assicura a Paragone una base di ascolto fra il 3 e il 4 per cento di share, perfino quando spopola la Juve. Un pubblico composto prevalentemente da persone anziane che vivono in cittadine e paesi della fascia nordorientale e centrale. Malmostosi primitivi relegati in provincia? Neanche per sogno, almeno a giudicare dal fatto che la percentuale dei laureati quasi raddoppia quella media del programma. A dimostrare che ci son più cose fra la tv e lo spettatore di quante non ne spieghi la nostra supponenza.