Parto da una doverosa premessa: dubito fortemente che il progetto di affidare a Enel la posa della fibra possa avere un qualche futuro. Prima di tutto perché sembra una trovata troppo brillante per essere vera, tanto che Matteo Renzi si è immediatamente premurato di smentire qualsiasi intenzione di far pesare il ruolo del governo. In secondo luogo, perché a 24 ore dalle indiscrezioni pubblicate sui quotidiani, abbiamo potuto assistere alla partenza del coro dei talebani del libero mercato. Un film già visto: a ogni tentativo di colmare il digital divide in Italia utilizzando investimenti e interventi pubblici, salta fuori qualcuno che ammonisce il governo a non interferire con il mercato. Un mantra ripetuto ossessivamente da commentatori, politici, ministri, sottosegretari ed “esperti” vari che finisce invariabilmente per tarpare le ali a qualsiasi progetto di questo genere.

Naturalmente la questione viene affrontata sempre e solo attraverso due approcci piuttosto simili. Il primo è quello squisitamente ideologico, che ogni tanto mi obbliga a controllare su Wikipedia se il mio ricordo del crollo del muro di Berlino e della dissoluzione dell’Unione Sovietica corrisponda a verità o mi trovi ancora in un paese a rischio di svoltare da un momento all’altro verso il socialismo reale. L’altro è quello a livello di chiacchiere da bar, che imputerebbe al mercato la capacità di essere sempre e comunque efficiente e al pubblico di essere sempre e comunque inaffidabile e sprecone. Naturalmente è un ragionamento che non ha nessun fondamento logico, ma nel nostro paese rimane un evergreen.

Nessuno, al di là della retorica della difesa del libero mercato, riesce però a spiegare quale soggetto privato dovrebbe farsi carico di un investimento monumentale che porta ben pochi profitti. Perché portare la fibra in tutta Italia, a quanto si capisce, per un privato non è proprio un affarone. Le parole chiave, ovviamente, sono “tutta Italia”. Perché dove la posa della fibra offre dei margini di guadagno, la fibra c’è già. O per lo meno è in arrivo. Il problema semmai è quando si deve stendere fibra dove ci sono difficoltà legate alle condizioni del territorio o alla mancanza di una potenziale clientela nei centri più piccoli e isolati. Esattamente quei cluster C e D che rappresentano il maggior problema nel raggiungimento degli obiettivi fissati in sede europea.

Le motivazioni legate al dovere di rispettare il ruolo di Telecom, poi, fanno acqua da tutte le parti. Prima di tutto perché definirlo un operatore privato è una mezza verità. Dal punto di vista della gestione della rete, Telecom è un ex monopolista pubblico che è diventato un monopolista privato. Lo è per ovvie ragioni storiche e stare a discutere sul come si sia arrivati a questa situazione è poco più di un esercizio di stile. Meglio un approccio più pragmatico che risponda a una semplice domanda: perché un privato che opera in un sostanziale regime di monopolio dovrebbe investire per rinnovare (o rivoluzionare) le sue infrastrutture in assenza di una qualsiasi minaccia di concorrenza? Senso civico? Mecenatismo? Masochismo?

Diciamocelo chiaro: chiunque si trovasse nella stessa posizione di Telecom, ammetterebbe di non avere alcun valido motivo per eseguire il passaggio alla fibra. In questa situazione può continuare tranquillamente a vendere connessioni Asl sul doppino di rame senza temere alcuna perdita di quote di mercato. Passando alla fibra non guadagnerebbe molto di più e, certamente, non potrebbe rientrare in tempi sensati delle spese necessarie per la cablatura in tutta Italia.

Insomma, se in questo paese ci fosse un minimo di onestà intellettuale, ci si potrebbe guardare in faccia e ammettere che siamo in una situazione in cui le sole regole di mercato non possono funzionare. L’unica soluzione è quella di sedersi a un tavolo e arrivare a un accordo che permetta a pubblico e privato di lavorare insieme, con qualche rinuncia da entrambe le parti. Se invece la difesa del libero mercato diventa una scusa per mettersi di traverso e proteggere posizioni di rendita, credo che l’ipotesi di fregarsene del libero mercato rimanga l’unica soluzione sensata.

Ovviamente, tutto questo se partiamo dal presupposto che la priorità sia dotarci di infrastrutture tecnologiche decenti. Se invece la priorità è quella di dimostrarsi liberisti a tutti i costi, rimaniamo pure nell’età della pietra del digitale. Credo che anche Adam Smith l’avrebbe considerata una follia.