La cosa che più continua a sorprendermi nella triste e dolorosa vicenda della Xylella, il batterio che – da solo o con altre concause- ha attaccato gli ulivi del Salento e preoccupa l’Europa intera, è che in realtà, anche se la storia è conosciuta da almeno un paio di anni, non si ha una conferma scientifica inconfutabile del perché gli ulivi si stiano seccando. Nel senso che, stranamente, non c’è un pezzo di carta nel quale sia scritto che la Xylella è la causa unica o una delle concause dell’inconfutabile (quello si) morte degli ulivi. Emerge perciò un livello d’incertezza e confusione. In Italia e in Puglia, dopo un periodo di silenzio e inattività, si sono moltiplicati appelli all’emergenza, da parte di alcuni anche per ottenere al più presto generosi rimborsi europei, seguiti subito dopo, quando si è notato che oltre ai soldi dall’Europa poteva arrivare anche l’ordine di tagliare tutto e il blocco al commercio delle piantine di numerose specie, da un brusco cambio di passo che ha portato l’Italia a votare contro le misure adottate dal Comitato della Salute delle piante il 28 aprile scorso e allo stesso tempo a condannare la sentenza del Tar del Lazio che sospende il Piano Silletti, finalizzato all’applicazione, pur se molto più soft, delle decisioni della Ue del 2014, che preconizzavano misure più radicali delle attuali.

Non c’è dunque davvero da sorprendersi troppo che nostri partners (e concorrenti) come la Francia, la Grecia e il Marocco abbiano preso delle misure precauzionali forse non del tutto innocenti, ma comprensibili, visto l’atteggiamento non proprio chiaro della Regione e del nostro governo (con il ministro Martina assente da tre riunioni del Consiglio agricoltura su quattro quest’anno..). Altra cosa davvero peculiare, inoltre, è che è stato attraverso i ricorsi, le lettere e le informazioni di una Ong, Peacelink, e di Antonia Battaglia, la sua instancabile “agente” qui a Bruxelles, la Commissione ha potuto prendere atto di informazioni ed elementi che ci si sarebbe aspettati potessero essere prodotti da organi a questo demandati.

Per evitare di continuare a basarsi su documentazioni scientifiche incomplete, una misura senz’altro utile sarebbe perciò che la Commissione europea si facesse promotrice di una ricerca indipendente e aperta ad esperti di altri paesi, che chiarisca una volta per tutte se la causa del disseccamento degli ulivi del Salento sia davvero la Xylella fastidiosa e definisca il ruolo effettivo delle concause. E’ l’Efsa stessa, rispondendo il 17 aprile a Peacelink, che raccomanda di approfondire e sistematizzare la ricerca e di condurre ulteriori analisi scientifiche in particolare sugli agenti infestanti, al fine di ottenere una più ampia conoscenza della situazione sul campo. Questo sarebbe utile anche per interrompere le misure restrittive e precauzionali che vari paesi stanno già applicando; non a caso, ieri, il ministro francese Le Foll si è dichiarato d’accordo con la nostra proposta.

Nel frattempo, però, bisogna evitare che vengano prese misure inefficaci e dannose, dalla paventata eradicazione degli ulivi malati e delle piante ospiti in un raggio di 100 metri nelle zone fuori dalla provincia di Lecce, all’uso massiccio di pesticidi. Ma è anche davvero urgente dare voce e visibilità a coloro che stanno facendo esperienze di trattamento della sindrome del disseccamento rapido attraverso misure come quelle suggerite da Federbio che non hanno nulla di chimico e rivoluzionario, ma sembrano funzionare davvero. Come sperimentato sul campo dall’associazione pugliese Spazi Popolari e come proposto dalla Federazione Italiana Agricoltura Biologica e Biodinamica, esistono validi mezzi tecnici ed azioni di controllo per contenere il contagio e per far fronte al disseccamento degli ulivi, quali reti anti-insetto e vari trattamenti che rispettano l’agricoltura biologica. Lo stesso Silletti ha dichiarato che è bastato arare i terreni interessati alla diffusione del batterio per eliminare il 90% “dell’insetto responsabile”, la cicala sputacchina. E c’è anche chi sostiene di riuscire a rafforzare le autodifese della pianta con rimedi naturali che risalgono ad antiche pratiche agronomiche quali l’utilizzo del solfato di rame e l’idrossido di calcio, ad esempio, antibatterici e disinfettanti naturali usati da secoli in agricoltura. Evidentemente, sono gli esperti che devono determinare se le cose stiano davvero cosi.

Ma per farlo, non basta leggere le carte. La Commissione europea deve tornare in Puglia: per vedere concretamente all’opera queste misure, che Spazi popolari e altri coltivatori stanno applicando già da tempo con effetti positivi. Tra l’altro, rappresentanti della Commissione erano già approdati in Puglia in varie occasioni, ma non hanno mai “potuto” visitare questi uliveti; e lo stesso Martina si è rifiutato di farlo. Un atteggiamento davvero poco “scientifico”. E’ invece importante che si valutino senza restrizioni e in modo approfondito le misure alternative al taglio degli alberi, anche per contrastare l’applicazione di alcune parti della decisione europea del 28 aprile che anche il governo italiano non ritiene convincenti.

In questo come in altri casi, improvvisazione e sciatteria sembrano avere provocato ingenti danni. L’Ue ha davanti a sé una buona occasione per fare qualcosa di utile per contribuire a rimediare.