Gli scontri interni al Pd che si trasformano in telefonate dai toni minatori, lettere anonime (“Hai rotto i coglioni”) e il racconto di un sindaco che parla di “clima di paura”. Ma anche gli indagati: pochi, rispetto ad altre Regioni, ma tra questi c’è anche il presidente uscente Enrico Rossi (Pd) che si ripresenta, da favoritissimo. E poi qualche candidato nostalgico e platealmente xenofobo che se la prende ora con la Kyenge e ora con l’Islam, cosa che nella “roccaforte rossa” e “culla della civiltà e dei diritti” diventa una doppia notizia. La Toscana torna al voto con 7 candidati e 10 liste e con un sistema elettorale nuovo, quasi gemello dell’Italicum, ballottaggio compreso. Ma non ci sarà da capire solo le dinamiche della nuova legge.

Il patto Rossi-Renzi
Sebbene Rossi non si sia mai distinto per la sua piena “renzianità”, le sue liste, soprattutto a Firenze, sono stracolme di renziani, pronti a occupare scranni e posti in giunta. Eugenio Giani, già consigliere regionale, era presidente del Consiglio comunale ai tempi di Renzi sindaco: corre per le Regionali ma ha già incassato un primo sì dalla commissione finanze del Senato per la nomina a presidente del Credito Sportivo, incarico che si ufficializzerà tra circa tre mesi e lo costringerà a decidere – nel caso venga rieletto – tra consiglio regionale e consiglio di amministrazione. Stefania Saccardi, ex assessore al fianco di Matteo Renzi in Provincia ed in Comune, che dopo un primo mandato da vicepresidente della Regione è nuovamente candidata per l’assise regionale. Elisabetta Meucci, attuale assessore all’urbanistica di Palazzo Vecchio, che è la candidata forte del “giglio magico”: il sottosegretario Luca Lotti e il tesoriere Pd Francesco Bonifazi erano entrambi presenti all’inaugurazione del suo comitato elettorale. Leonardo Bieber, consigliere comunale con Renzi e attualmente a Palazzo Vecchio col sindaco Dario Nardella. Ed infine Daniele Lorenzini, ex sindaco del paese nel quale è cresciuto il capo del governo: Rignano sull’Arno, provincia di Firenze.

Pd contro Pd: minacce, espulsioni ed esposti
Ma queste sono anche le elezioni che hanno evidenziato le crisi interne al Pd, con le accuse degli esclusi di poca democrazia dentro al partito. E la questione del nuovo corso renziano e delle correnti non c’entra. L’esempio più celebre, raccontato dal Fatto Quotidiano, è quello di Simona Laing, di Pistoia, renziana della prima ora, che dopo aver raccolto le firme necessarie alla sua candidatura riceve diverse telefonate dai toni minatori: “Se incominci a spalare merda, non sai quanta merda ti arriva addosso” gli ha intimato il collega di partito Roberto Bartoli in una telefonata pubblicata dal Fatto.it. Poi c’è Pasquale Leonardo, medico di Prato, che si è avvicinato al Pd grazie a Renzi che però, dopo aver trovato le firme e dopo l’approvazione della direzione provinciale, ha ricevuto una lettera anonima: “Con questa candidatura hai rotto i coglioni al partito, l’assemblea ha già deciso che sarai buttato fuori per far entrare tale Marchi”. Leonardo denuncia il fatto contro ignoti, ma la profezia si realizza e la direzione regionale boccia la sua candidatura per far entrare il giovane Lorenzo Marchi. Scioccato, ritira la denuncia allontanandosi dal Pd con l’intenzione di fondare il Pivd: il Partito degli italiani veramente democratici.

E ancora il caso di Andrea Santini, civatiano membro della direzione provinciale di Grosseto e dell’assemblea nazionale Pd, che si è beccato un esposto a firma del presidente della direzione provinciale e del comitato dei garanti per aver dichiarato di utilizzare il voto disgiunto al fine di non sostenere Rossi, candidato governatore scelto senza primarie. “Possiamo sempre parlare di democrazia nel Pd? – si chiede Santini – C’era un clima di paura mentre cercavamo di raccogliere le firme per le primarie, soprattutto nel Senese”. A Siena, per la cronaca, uno dei candidati è Simone Bezzini, ex presidente della Provincia di Siena, considerato molto vicino a Franco Ceccuzzi, ex sindaco della città del Palio rinviato a giudizio per la vicenda del crac del pastificio Amato insieme all’ex presidente di banca Giuseppe Mussari, del quale è stato testimone di nozze. Infine la storia dell’ex sindaco di Cavriglia (Arezzo), Ivano Ferri, che voleva candidarsi alle Regionali chiedendo il parere degli iscritti al Pd con una consultazione: sindaci e segretari del Valdarno in una riunione decidono che si può fare, ma solo a patto di aggiustare il voto degli iscritti in base ad un quoziente riferito alle ultime votazioni europee. “In pratica – spiega Ferri al ilfatto.it – un iscritto di Cavriglia, tra i comuni con più iscritti nel Valdarno, avrebbe pesato un quarto di quello, per esempio, di Montevarchi“. Anche in questo caso, denuncia Ferri prima di abbandonare la corsa alle regionali, il problema è lo stesso: “Non c’è più la garanzia delle regole, e della democrazia”.

Gli indagati. A partire dal governatore Rossi
La pagina delle inchieste ha meno da raccontare rispetto ad altre regioni d’Italia, soprattutto Campania e Marche. Ma qui l’indagato eccellente è Enrico Rossi, già presidente della Regione, che cerca la riconferma: è indagato dal 2012 per la vicenda del “buco” dell’Asl 1 di Massa, ma aveva dichiarato che si sarebbe ricandidato anche in caso di rinvio a giudizio. Rossi ha respinto sempre le accuse, ricordando che è stato lui stesso a depositare l’esposto che ha fatto partire l’inchieste, anche se in una sentenza la magistratura ha scritto che la Regione (all’epoca Rossi era assessore alla Sanità) non poteva non sapere di cosa accadeva all’Asl.

Poi c’è Federica Fratoni (lista Pd), che invece è già finita a processo: la presidente della Provincia di Pistoia è accusata tentato abuso d’ufficio in concorso perché secondo i pm avrebbe, nell’ambito dell’organizzazione dei Mondiali di Ciclismo 2013, affidato un incarico di collaborazione esterna a Paolo Mazzoni (ex ingegnere capo della Provincia in pensione, imputato nella vicenda “Untouchables”) nonostante ci fossero, all’interno del suo ente, tecnici in grado di ricoprire quel posto.

La dinasty dell’ex ministro Ferri
Anche tra le file di Forza Italia, che sostiene il candidato a governatore Stefano Mugnai, non mancano i problemi con i tribunali. L’avvocato Jacopo Maria Ferri, già consigliere regionale, ha una condanna definitiva per tentata truffa aggravata a causa di alcuni incarichi assegnatigli dal provveditore regionale per le opere pubbliche del Trentino: affidamenti – secondo i magistrati – per procurargli un ingiusto profitto, visto che il compenso era attribuito per prestazioni mai rese. Il fratello di Jacopo, Cosimo, è sottosegretario alla Giustizia, e lo era anche con Enrico Letta. L’altro fratello, Filippo, dirigente della polizia, era capo della squadra mobile di La Spezia durante il G8 di Genova, condannato a 3 anni e 8 mesi di carcere per falso aggravato nei fatti della scuola Diaz. Tutti sono figli di Enrico, il ministro Psdi dei 110 all’ora.

Nostalgici e neo-nostalgici
busetto 2 tagliataCi sono candidati noti alla giustizia, ma anche quelli noti ai social network. Nella lista Più Toscana (insieme a Forza Italia a sostegno di Mugnai), si fanno notare, tra i numerosi numerosi ex leghisti, Giovanni Di Stasio, espulso dalla Lega di Siena nel 2011 per aver contrastato il partito con attacchi anche sui social, ed Emilio Paradiso, espulso per essersi candidato a sindaco di Prato nel 2013 senza l’autorizzazione all’utilizzo del simbolo leghista, e “famoso” per una frase pubblicata su Facebook: “Il Bianco-fiore si è dovuta piegare ai finocchi e il nero di seppia lo lasciano lì?”. Dove la “bianco-fiore” era Michaela, esponente ora di Forza Italia e allora sottosegretario alle Pari opportunità del governo Letta dimessasi dopo la frase “i gay si ghettizzano da soli”, mentre il “nero di seppia” era il ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge, in quel periodo al centro delle polemiche sul diritto di cittadinanza.

Con la europarlamentare modenese di origini congolesi se la prese tempo fa anche la candidata di Fratelli d’Italia nel collegio di Massa Carrara Emanuela Busetto che a chi commentava “non si smentisce mai la babbuina” cliccava su “mi piace”. Nel collegio di Lucca invece si presenta Marco Santi Guerrieri, classe 1956, coordinatore provinciale del partito di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. Nell’estate 2014 Santi Guerrieri aveva dimostrato una qualche dimestichezza con certe parole d’ordine, sempre su facebook: “Coloro che portano il cuore a destra sono fascisti a prescindere… Gli stronzi di Bella Ciao? Che si accarezzino con le baionette della Folgore. Eja eja alalà”. Due mesi fa non aveva cambiato idea, proponendo sempre sulla sua bacheca social un’ispezione in un campo rom di Lucca esordendo con: “Cari amici, fratelli, camerati”.

devescovi 2La galleria si conclude con Giulia Devescovi, candidata per la Lega nel collegio Firenze 4. “Vai a giro con un cencio in testa e veneri una religione di m…” ha scritto la giovane esponente del Carroccio in una discussione su internet che riguardava l’Islam. C’è chi ha protestato, alcune ragazze musulmane – riporta il Corriere Fiorentino – hanno cercato di spiegare le loro ragioni. La replica è stata questa: “Io con il velo mi ci pulisco il…”. D’altra parte, prosegue la Devescovi, “per me rimangono dei luridi maiali, senza offesa per questi ultimi, e spero che un giorno arriveremo a non ricordarci della loro esistenza”. Poi, fiera, su facebook ha ribadito: “Sono orgogliosa del mio rozzo commento in una discussione con 4 lobotomizzate musulmane. Mi ci pulisco il culo e me ne vanto”.

(hanno collaborato Melania Carnevali, Emilia Lacroce, Ilaria Lonigro e Gianni Rosini)