Caro Renzi, chi ci assicura che non stiano spiandoci ancora? «La domanda posta da ilfattoquotidiano.it nei suoi articoli sul segreto di Stato riproposto dal governo sui dossieraggi del Sismi è quella che tutti gli italiani, oggi, dovrebbero farsi». Francesco Paola, l’avvocato che segue cinque vittime dei dossieraggi di via Nazionale, è molto preoccupato. Voluti dall’allora direttore del Sismi Nicolò Pollari e realizzati dall’analista di fiducia, Pio Pompa, quei dossier, secondo il legale, «sono la prova che, all’interno dei servizi, esisteva una struttura parallela, del tutto estranea alle finalità istituzionali dei servizi stessi, e che questa struttura utilizzava risorse, privilegi e coperture dei servizi per svolgere attività contro soggetti (magistrati, politici, giornalisti) ritenuti ostili all’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, per “disarticolarli” come si legge negli atti».

Lei l’ha definita «un doppio livello, una sorta di security aziendale al servizio degli interessi privati del padrone di Mediaset».
«Esattamente. Ricordate la vicenda Tavaroli-Telecom? Tavaroli risulta avere organizzato una security parallela al servizio degli interessi (anche illegittimi) di Telecom. Anche a palazzo Chigi, ed è una ipotesi che verrà verificata se il processo proseguirà, sembra essere stata creata di fatto una struttura parallela funzionale agli interessi privati di Berlusconi».

Una struttura alloggiata all’interno dei servizi, cioè dentro strutture pubbliche e pagata con le pubbliche tasse?
«Sì. E speriamo davvero che Renzi non voglia riconfermare il segreto di Stato per coprire questa brutta storia. Cosa nasconde questa vicenda? Perché si usano gli stessi sistemi che vennero usati nel caso Abu Omar? Chi non vuole che questo processo, addirittura già destinato alla prescrizione, neppure prosegua?».

All’inizio il segreto di Stato fu posto non da Berlusconi ma da Romano Prodi, e riguardava la vicenda Abu Omar. Come siamo arrivati a porlo sui dossieraggi?
«La sede di via Nazionale fu perquisita dalla Digos nel 2006, proprio durante le indagini sul rapimento di Abu Omar. Vennero acquisiti gli elenchi dei dossierati e i relativi dossier. Come prove regolarmente acquisite, tali materiali probatori erano e sono perfettamente utilizzabili al processo contro Pollari e Pompa. Sorge il dubbio che il segreto di Stato sia stato apposto qui, e in modo improprio, per impedire di accertare a cosa effettivamente servivano quei dossier. E chi li aveva voluti.

Cosa c’era in quei dossier che li rendeva tanto pericolosi per i dossieratori?

Abbastanza per configurare il delitto di peculato con l’aggravante cosiddetta teleologica dell’art. 61 numero 2 del codice penale. Tant’è vero che la Procura di Perugia, cui era finito il caso per competenza, per tali reati richiese il rinvio a giudizio di Pollari e Pompa nel 2009».

Può tradurre per i non addetti ai lavori?
«Gli imputati avevano realizzato condotte illecite, utilizzando in maniera impropria fondi e risorse pubbliche, al fine di commettere o far commettere a terzi diffamazioni, calunnie e abusi d’ufficio nei confronti dei dossierati. Cosi si legge nel capo di imputazione».

E cosa vuol dire tutto questo in concreto?
«L’ipotesi è che in concomitanza con tali condotte illecite di Pollari e Pompa, le vite dei vari dossierati – persone che non si conoscevano neanche tra loro – hanno subito una serie di accadimenti anomali. Ad esempio Libero Mancuso, giudice a Bologna, fu sottoposto a vari procedimenti disciplinari davanti al Csm, promossi dall’ex Guardasigilli Roberto Castelli che gli negò quindi il via libera alla nomina di procuratore a Parma. L’unica vera colpa di Mancuso sembra essere quella di aver espresso dissenso pubblico sul conflitto d’interessi di Berlusconi, dato che venne sempre prosciolto da ogni addebito disciplinare».

E come andò a finire?
«Mancuso lasciò la magistratura. Nel suo caso l’operazione “disarticolazione”, il termine che usava Pompa per indicare i nemici da neutralizzare, è pienamente riuscita. E si possono fare altri casi, di magistrati e di giornalisti, che si occupavano di analizzare proprio gli effetti su Mediaset delle leggi ad personam. Ad esempio i vantaggi derivati dalla legge Tremonti, quella che defiscalizzava gli utili aziendali».

Nessuno dei dossierati ha mai cercato di farsi risarcire i danni?
«Su oltre 200 vittime si sono costituite parte civile solo in poche, e ancor meno presenziano al processo: evidentemente non c’è fiducia nella effettività, in certi casi, della tutela giudiziaria. Comunque nel 2009, a Perugia, quando l’allora pubblico ministero Sergio Sottani chiese il rinvio a giudizio per Pompa e Pollari, per essere ammessi come parte civile ipotizzammo che fossero state commesse condotte in danno dei dossierati, mentre la parte offesa nei casi classici di peculato è considerata la sola Pubblica Amministrazione».

Fu allora che Pollari e Pompa opposero il segreto di Stato, confermato poi da Berlusconi. Fine della storia.
«No! Il dottor Sottani ha proceduto ugualmente con la richiesta di rinvio a giudizio: il materiale acquisito dalla Digos, secondo la Procura, era più che sufficiente. Fu invece il Gup a sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale, che confermò l’esistenza del segreto di Stato nel 2012. Così, il 1° febbraio 2013, il Gup decise il “non luogo a procedere”. Di qui un nostro ulteriore ricorso per cassazione».

Avvocato, rischiamo di perderci in questioni processuali troppo tecniche…

« Allora andiamo dritti al punto: è proprio con l’abuso del segreto di Stato che qui si sta cercando di mettere tutto a tacere!».

Stiamo parlando di una delle pagine piu oscure della nostra storia nazionale recente.

«Giusto e qui si gioca infatti la credibilità del nostro intero sistema giudiziario. Le parti civili, che hanno costituito anche un Comitato, il “Comitato delle vittime dei dossieraggi di via Nazionale”, hanno proposto ricorso per Cassazione anche allo scopo, importantissimo, di lasciare una traccia precisa della nostra ricostruzione dei fatti. Se infatti si scoprisse che davvero quei dossier partivano da via Nazionale per transitare ed essere utilizzati altrove, o che c’era un collegamento tra più centri di potere, pubblici o privati, per disarticolare le vittime dei dossieraggi, altro che peculato, saremmo forse in presenza di una associazione eversiva».

E la Cassazione?
«Ha dichiarato inammissibile il ricorso delle parti civili, così come già accadde all’epoca per le vittime di Ustica, ma l’obiettivo che ci proponevamo, l’annullamento della sentenza del Gup, è stato raggiunto. E il processo per peculato contro Pompa e Pollari è ricominciato lo scorso 29 aprile, sempre a Perugia».

In questa vicenda, voi avete richiamato anche le deviazioni del Sifar. Vicenda diversa, non le pare?
«I dossieraggi del Sifar, secondo le analisi di molti storici, erano funzionali a precisi scopi eversivi e a un eventuale colpo di stato militare. E i dossier di Pompa erano funzionali a disarticolare, cioè a rendere inoffensivi, i nemici del presidente Berlusconi. Non bisogna perdere la memoria, istituire dei collegamenti è necessario. Possiamo per esempio ipotizzare che via Nazionale rappresenti una evoluzione dinamica delle deviazioni dei servizi, asservendoli a quei conflitti di interesse che all’epoca, 2001-2006, si identificavano strutturalmente nell’azione di governo».

E la politica, che ruolo sta giocando?
«Già, la politica. Con il governo Prodi non solo fu posto il primo segreto di Stato sulla vicenda Abu Omar-via Nazionale, ma fu approvata la legge di riforma dei servizi, la 124 del 2007, con cui paradossalmente si è ulteriormente ristretta la possibilità di accertamento della verità su fatti abnormi, mediante l’introduzione di disposizioni a mio avviso palesemente incostituzionali».

Con quali conseguenze?
«Si è creata una terra di mezzo molto confusa. E di fatto, le attuali normative a loro volta “disarticolano” la possibilità di comprendere l’insieme e arrivare alla verità. La politica anche in questa occasione è stata border line, assolutamente non all’altezza».

A destra come a sinistra.
«Sì, nei contesti di una democrazia debole e malata».

E l’attuale presidente del Consiglio Renzi?
«L’unica risposta alla richiesta di incontro del “Comitato delle vittime”, finora, sembra essere stato l’annuncio di un nuovo conflitto di attribuzione, per imporre ancora una volta il silenzio sulla verità. La Presidenza del consiglio in passato troppo spesso non ha adempiuto al suo speciale dovere di vigilanza dell’attività dei servizi. Ora deve finalmente dare risposte e risarcire i danni. Renzi ha l’occasione irripetibile di prendere le distanze in modo netto dalle conventicole che avvelenano i pozzi della democrazia».