Non credo al terrorismo comunicativo, non ci credo da scrittrice ma anche da senologa. L’informazione corretta sulla salute e sulla prevenzione si fa senza urlare e senza chiamare l’applauso o il fischio a spese della buona fede della gente. Non approvo alcuni miei colleghi che dichiarano che nel prossimo futuro il cancro rappresenterà un enorme pericolo per tutti, non condivido le statistiche buttate lì per spaventare e reclutare anime alla causa dei controlli intensivi e dello stile di vita (utilissimi, certo, ma non sicuri al cento per cento per raggiungere una bella longevità sana), ma ancora meno approvo le allusioni lanciate a caso per demolire il lavoro quotidiano di migliaia di medici e infermieri impegnati nell’aiuto a chi soffre per un tumore.

La medicina di eccellenza salva vite, non riesce a salvarle tutte e ha bisogno di collaborazione, lealtà e coerenza e soprattutto ha bisogno di non essere messa in mezzo nelle beghe comunicative a sfondo politico. Le parole hanno conseguenze e chi le usa in pubblico lo sa, lo calcola e lo vuole. Che la mammografia e l’ecografia mammaria, con una cadenza appropriata nelle diverse fasce di età e con un ritmo che dipende dal rischio personale, salvino tante vite è vero: salvano vite insieme all’eccellenza delle cure, questa è la realtà. Gli esami di prevenzione secondaria – cioè quelli che permettono di scoprire un tumore al seno quando è piccolissimo o addirittura in fase pre-tumorale – uniti alle cure di eccellenza hanno ridotto il tasso di mortalità per tumore al seno: lo dicono così tante statistiche da essere quasi imbarazzante doverlo ripetere.

Che la diagnosi precoce non eviti il tumore è o dovrebbe essere chiarissimo. Si chiama diagnosi precoce cioè prevenzione secondaria e nessun medico la propaganda come salvifica o risolutiva alla radice: non sa evitare lo sviluppo di un tumore (non si fa per quello), ma scopre i tumori nelle loro fasi iniziali. Queste fasi iniziali sono curabili con la massima probabilità soprattutto grazie alle cure di eccellenza. Guariscono tutte le donne che scoprono di avere un tumore con la diagnosi precoce? No, ma in massima parte sì.

Sono donna e nel 2008 sono stata salvata da esami di diagnosi precoce e dall’intuito felice di un medico: si chiamava Mario Sideri ed era ginecologo in Ieo, dove io stessa lavoro. Quando ho ricevuto la diagnosi all’utero mi sono arrabbiata, ho odiato le procedure che avevano portato a quella scoperta perché mi obbligavano a prendere coscienza di essere in pericolo e a farmi operare. Ho odiato perfino Mario che era la persona che mi stava restituendo la vita. Poi, nel tempo, ho recuperato il mio equilibrio e ho visto che la mia vita è stata salvata grazie a quegli esami, a quel medico, a quell’attenzione personale che mi aveva spinto a sottopormi ai controlli.

Lo stesso vale per gli esami di controllo per il seno. A nessuna di noi piace farli, fanno paura. Vorremo evitare di pensarci, dimenticarci che esista questo rischio. Vorremmo che tutte le parole sul cancro al seno sparissero in un soffio per non angustiarci più. Ma la prevenzione secondaria è l’arma più efficace che oggi abbiamo: oggi e non domani, perché mi auguro che in futuro altre armi saranno a disposizione per evitare del tutto che una malattia tumorale nasca.

Che piaccia o meno, la diagnosi precoce del tumore al seno è oggi lo strumento più forte insieme all’eccellenza delle cure: nel futuro la situazione potrà cambiare, spero che accada, ma oggi è così. E stare tutti i giorni in un centro oncologico a contatto diretto con chi soffre per un tumore dovrebbe essere una scuola per un uso più attento delle parole. Per tutti.