Renzi forza la mano. Mette a tacere il resistibile dissenso interno al partito, vincola il Parlamento a colpi di fiducia, nel silenzio del Presidente da lui indicato; il governo era già suo, se non altro per vaporosità dei ministri (a parte Padoan). Persino Berlusconi, un intenditore, si spinge a parlare di deriva autoritaria.

In effetti, mai come ora i media sono quasi tutti con il premier. È per questo che danno uno spropositato spazio a Salvini, in grado da un lato di coagulare i peggiori istinti della destra più becera e dall’altro di spaventare sufficientemente chiunque abbia un minimo di raziocinio. Il solito schema della dicotomia destra-sinistra funzionale a chi sta al potere, alle prese con un avversario improponibile.

Così ci avviciniamo a passi spediti verso i nostri “anni venti”. Ma come sempre la storia, quando si ripete, lo fa sotto forma di farsa. Se neanche il fascismo, con la sua carica ideologica e simbolica, riuscì a intaccare l’italietta cattolica e contadina, c’è da pensare che il ducetto odierno nulla potrà per cambiare nel profondo il carattere degli italiani (di cui è peraltro, da democristiano, perfetto interprete).

Abituati da sempre alle altrui dominazioni, abbiamo sviluppato gli anticorpi per mantenere ampi margini di libertà a dispetto di qualsiasi potere, benché dispotico. Ciò che ci caratterizza è la disorganizzazione della struttura normativa, quindi delle gerarchie e relative responsabilità. Non a caso vantiamo cifre record riguardo al numero di leggi, di contenziosi, di avvocati.

Qualunque questione, importante o spicciola che sia, può intopparsi in qualunque fase dell’esecuzione, ove trovi qualcuno che non sia capace o semplicemente non abbia voglia di mandarla avanti. Qualsiasi pratica, per arrivare a compimento, deve incontrare il “favore” di tutti quelli che, a vari livelli fino all’ultimo dei subordinati, fanno parte dei tortuosi e ingarbugliati ingranaggi burocratici. Ne esce pregiudicata la certezza del diritto e si ampliano a dismisura i margini della discrezionalità non solo nell’interpretazione giudiziale, ma anche in quella amministrativa.

In sostanza, è probabilmente vero che Renzi (anzitutto per inconsistenza di avversari) si avvia a diventare il dominus, ma soltanto di uno dei tanti poteri, forse il più visibile ma non il più influente, in cui è stratificata la società italiana. Nel paragone con tanti paesi africani in cui il governo va evidentemente a chi ha, pro tempore, l’appoggio dell’esercito, la nostra realtà sembra piuttosto assimilabile a quella della attuale Libia: a livelli diversi, pur sempre una lotta tra le tribù.

Se da noi l’esercito non è in grado di destare preoccupazioni, i corpi in cui sono divise le forze dell’ordine possono godere di un’autonomia piuttosto rara altrove.

Non credo che, neanche ritoccando la composizione della Corte Costituzionale e del Csm, la politica possa girare a proprio vantaggio l’annosa lotta che ha ingaggiato contro la Magistratura che tenta di controllarne l’operato. Se non altro per la propria scarsissima credibilità, minata da scandali e corruzione che hanno trovato la voluta legittimazione dopo l’ultimo sussulto di lotta per la legalità dei primi anni ’90, debitamente sopita con la lobotomizzazione collettiva del ventennio berlusconiano.

Così, all’interno dei ministeri, dove i provvedimenti del governo devono passare al vaglio degli alti funzionari di Stato, faccio fatica a immaginare rapporti di reale subordinazione all’autorità di una Madia o di un Orlando. Ma il discredito e le profonde carenze da ogni punto di vista caratterizzano la classe politica a tutti i livelli, dal nazionale al locale, ove si aggiungono insuperabili vincoli di bilancio, capaci di castrare qualunque iniziativa. Naturalmente, c’è sempre qualcuno pronto a colmare i vuoti di potere lasciati liberi da altri soggetti. Facile alludere al potere economico e soprattutto finanziario, nazionale e soprattutto internazionale. Tanto più in una fase in cui gli ordinamenti giuridici sono sempre più retti da fonti sovranazionali.

Dunque, al posto di un’unica struttura piramidale che comprenderebbe l’intero ordinamento, abbiamo tutta una serie di piccole piramidi di poteri diversi i cui vertici non sono in contatto e in armonia tra loro. Da non complottista convinto, temo che questa nostra repubblica delle banane si vada a spegnere non tanto per chissà quale disegno di qualche organizzazione plutocratica massonica, quanto proprio per assenza di un disegno qualsiasi con cui la politica dovrebbe guardare al futuro. Non ci resta che la disorganizzazione del “si salvi chi può”.