Lavorare in carcere, grazie al terzo settore. Un lusso per pochi detenuti, una possibilità ulteriormente ridotta dalla scarsità di fondi e dagli ostacoli burocratici denunciati dagli addetti ai lavori. Infatti, anche le cooperative che riescono a passare le mura dei penitenziari hanno una vita tutt’altro che facile, costrette a vedersela con risorse insufficienti e a licenziare dipendenti. Il tutto mentre le pratiche virtuose – che certo non mancano – sono messe all’angolo.

Pochi detenuti al lavoro per le coop. “E il carcere diventa scuola di delinquenza” – Ma partiamo dai numeri. Secondo i dati del ministero della Giustizia, alla fine del 2014 2.324 detenuti lavoravano per un soggetto esterno al carcere e di questi solo 707 erano dipendenti di cooperative sociali. Una goccia nel mare, se si pensa che alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria lavoravano più di 12mila reclusi. “Per difficoltà organizzative e burocratiche – si legge nell’ultimo rapporto dell’Osservatorio Antigone, da sempre impegnato sul fronte carcerario – le imprese faticano moltissimo a entrare in carcere”. Il risultato è una presenza trascurabile delle aziende all’interno dei penitenziari. Al tempo stesso, spiega il rapporto, i 12mila dipendenti dell’amministrazione carceraria portano avanti un lavoro frammentato e mal retribuito. “Negli ultimi anni, i posti di lavoro sono stati notevolmente frazionati, con una conseguente riduzione degli orari di lavoro e della spesa per l’amministrazione penitenziaria – si legge nel documento – Il numero assoluto dei lavoranti nell’anno è quindi rimasto costante, ma il budget speso per il lavoro dall’amministrazione penitenziaria è calato moltissimo. Con conseguente riduzione degli stipendi. Si è passati dai 71,4 milioni del 2006 ai 49,6 del 2013″. “Noi cerchiamo di professionalizzare il detenuto, favorendo un suo reinserimento lavorativo una volta uscito dal carcere”, spiega Nicola Boscoletto, presidente del consorzio Giotto, cooperativa attiva all’interno delle carceri (rinomati i dolci prodotti in quello di Padova). “Nei lavori alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, invece, non c’è nulla di tutto questo, mancano le figure adatte. Non è un lavoro, ma un sussidio diseducativo. E così si perde la funzione rieducativa della pena: le carceri diventano scuole di delinquenza“.

Tante richieste, pochi fondi. E le cooperative devono licenziare – Ma anche chi riesce a entrare in carcere poi non ha certo vita semplice. La legge Smuraglia, che risale al 2000, prevede sgravi fiscali per le aziende e le cooperative sociali che assumano detenuti. Per il 2015, imprese e coop hanno fatto richiesta al governo di agevolazioni per un totale di poco superiore a 9 milioni di euro. Peccato che prima un decreto legge e poi una nota del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) abbiano quantificato in 5,9 milioni di euro la cifra disponibile per finanziare il credito d’imposta. La doccia fredda è arrivata da una circolare del ministero della Giustizia, datata dicembre 2014: dopo avere constatato “una richiesta superiore del 34,71% rispetto alla reale disponibilità finanziaria”, il documento spiega che “si rende necessario procedere alla rideterminazione degli importi fruibili in misura proporzionata alle risorse stesse”. Insomma, tutte le 220 imprese e cooperative hanno subito una riduzione di un terzo rispetto alle proprie domande. “Non è stata verificata la consistenza delle varie attività – spiega Boscoletto – Hanno fatto richiesta di agevolazioni fiscali anche molte imprese nuove, alcune con progetti inesistenti. Il risultato è che si è proceduto a tagli lineari nei confronti di tutte le realtà. Con il risultato di penalizzare le attività consolidate e determinare decine di licenziamenti in tutta Italia”.

Il caso del servizio mensa – A questo colpo, si aggiunge un’altra batosta per le cooperative in carcere. Da gennaio in dieci istituti italiani il servizio mensa è stato tolto alle imprese sociali che lo gestivano da dieci anni, producendo lavoro per 170 detenuti e 40 operatori, per tornare in capo al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Il progetto, nato come sperimentazione, è stato finanziato in questi anni dalla Cassa delle ammende, fondo del Dap alimentato dalle sanzioni comminate dai tribunali. Ma quest’anno, dopo lo scandalo Mafia Capitale che ha visto al centro una coop attiva anche al reinserimento degli ex carcerati, è arrivato lo stop agli stanziamenti. Il viceministro della Giustizia Enrico Costa ha spiegato che i contributi devono essere “limitati nel tempo e per progetti che, in prospettiva, prevedano una reale concreta possibilità di continuità autonoma, non assistita da ulteriori sovvenzioni“. Eppure, da anni le cooperative chiedevano che, alla luce dei risultati positivi riconosciuti dallo stesso dipartimento, il progetto passasse da sperimentale a strutturale. Così non è avvenuto e l’esperienza è stata chiusa, determinando il licenziamento di decine di detenuti. “Speriamo ancora – prosegue Boscoletto – nella promessa del ministro Andrea Orlando, che la chiusura del progetto sia solo un fatto temporaneo e si trovi il modo idoneo e più esteso di ripartire”.

L’esempio di Palermo: i detenuti riaprono un sito archeologico – Al di là dei diversi ostacoli da superare, il terzo settore vanta un universo variegato di realtà che si impegnano per il reinserimento sociale dei detenuti. Nel campo strettamente lavorativo e in quello del volontariato, fuori e dentro il carcere. Solo per citare alcuni esempi, a Milano c’è il laboratorio di moda della cooperativa Alice, in Puglia ci sono le borse confezionate da Made in carcere, nelle carceri di Padova, Busto Arsizio e Torino i detenuti producono dolci. E infine c’è la cooperativa Padre Nostro di Palermo. Qui il lavoro di quattro detenuti-volontari ha permesso alla cittadinanza di riscoprire un sito archeologico prima inaccessibile. Si tratta di un’area di otto chilometri quadrati, che contiene testimonianze della dominazione araba di Palermo. Negli anni Ottanta c’erano stati scavi, ma poi il sito era stato abbandonato all’incuria, diventando in parte un parcheggio abusivo. I detenuti del carcere Pagliarelli hanno restituito questo spazio alla città e ai turisti, con le bonifiche terminate nel maggio 2014, dopo un anno di lavoro. La comunità Padre Nostro, inoltre, coinvolge circa altri trenta carcerati in lavori di pubblica utilità, come accoglienza di minori in comunità, doposcuola, trasporto disabili, assistenza di anziani. “Abbiamo anticipato tutto di tasca nostra – spiega Maurizio Artale, presidente della cooperativa – La Regione Sicilia ci deve 1,5 milioni di euro circa per le attività degli anni 2013 e 2014. Se non arriveranno questi soldi, ci affosseranno definitivamente”.