Con alcuni colleghi fisici, che si occupano di economia dal punto di vista dei sistemi complessi, ho recentemente contribuito a fondare il sito EconPlexity. Insieme agli altri membri della redazione abbiamo scritto questo post in riposta a un dibattito internazionale sulla scientificità delleconomia. Lo ripropongo in italiano in quanto è contribuito che sviluppa vari temi che ho discusso, da diverse prospettive, in questo blog.

In un recente articolo pubblicato sul Financial Times lo scorso 25 aprile, l’economista inglese John Kay discute della riforma dei curriculum degli studi di economia, sottolineando il proprio “desiderio di una riforma [della disciplina] dall’interno della stessa, piuttosto che unirmi alle gang che pianificano l’assalto al Palazzo d’Inverno”. Il cuore del ragionamento di Kay, rilanciato dall’Institute of New Economic Thinking (INET) in un dibattuto post su Facebook, è illustrato dall’autore attraverso la metafora che “nessuno attraverserebbe un ponte costruito da un ingegnere eterodosso”.

Un simile ragionamento si basa sull’assunzione arbitraria che l’economia sia una disciplina scientifica, o per lo meno una disciplina che fonda le proprie basi su solide discipline scientifiche (quali sono la fisica e la chimica nel caso appunto dell’ingegneria, cui la metafora si riferisce). Quest’assunzione è del tutto ingiustificata nel caso dell’economia e si basa sul malinteso che fondare una disciplina sulla matematica (come nel caso dell’economia moderna) sia una condizione sufficiente a certificarne lo status scientifico.

In realtà l’elemento cruciale per considerare scientifica una disciplina è la falsificabilità delle sue conclusioni. Che significa la possibilità di verificare le stesse in modo indipendente e sperimentalmente: una condizione che è purtroppo del tutto assente nell’economia moderna. Come diceva il premio Nobel per la fisica Richard Feynman: “non importa quanto sia bella la tua teoria, e nemmeno quanto tu sia autorevole. Se non si accorda con gli esperimenti è semplicemente una teoria sbagliata”.

La scienza procede in questo modo, e per questa ragione gli avanzamenti sono rari e rivoluzionari. E i paradigmi d’indagine estremamente solidi. Ovviamente i pericoli del pensiero unico sono rilevanti in qualunque attività intellettuale, ma sono completamente ingiustificati e molto più pericolosi proprio in quelle discipline umanistiche quali l’economia, la filosofia o la psicanalisi, che non hanno raggiunto un qualche grado di scientificità soddisfacente nel loro approccio.

L’assenza di paradigmi scientifici solidi obbliga queste discipline a distinguere i loro adepti tra ortodossi ed eterodossi. Cosa che non avviene nelle discipline scientifiche: avete mai sentito parlare di un fisico eterodosso? Ci sono ovviamente fisici in disaccordo tra loro, ma le discipline scientifiche hanno sviluppato, seppur in alcuni casi non a sufficienza, gli anticorpi necessari ad evitare i pericoli del pensiero unico. Gli ultimi 50 anni di pensiero economico mainstream hanno mostrato che l’economia non è stata in grado di creare questi anticorpi, probabilmente proprio a causa della mancanza di un solido paradigma scientifico.

Crea inoltre un certo imbarazzo, almeno nelle persone intellettualmente oneste, il fatto che coloro che oggi vogliono “riformare dall’interno” il curriculum degli studi economici siano gli stessi “scienziati” che non sono stati in grado di prevedere la crisi economica del 2008, nella maggioranza dei casi negandone a priori la possibilità stessa!

Parafrasando il buon Kay: nessuno costruirebbe una casa su un terreno considerato sicuro da un geologo che ha negato l’esistenza stessa dei terremoti. Indipendentemente che si tratti di un geologo ortodosso che di un geologo eterodosso!