L’Italia gli ha dimostrato di non essere un Paese per freelance e partite Iva. Prima di decidere di andarsene definitivamente, Alessandro Di Ruscio, graphic designer di 32 anni, si è scontrato più volte con questa realtà. La sua carriera inizia circa 10 anni fa vicino Fermo, città dove è nato, come grafico in un’azienda. Mentre lavora come dipendente di un’impresa arriva la decisione di aprire la partita Iva per la prima volta: “Mi ero creato una lista di contatti e avevo deciso di lavorare come freelance”, spiega. Poi però, la prima retromarcia. “Ho continuato a lavorare come freelance per due-tre anni, poi ho visto che non ne valeva la pena per le tasse, che mi portavano via la maggior parte dei guadagni e per i clienti che mi pagavano quando volevano loro”.

Così arriva anche il primo aereo: “Sono andato in Irlanda perché volevo un Paese dove poter parlare inglese, ho pensato che Londra fosse piena di italiani, perciò ho scelto Dublino”, racconta. All’inizio è solo un sondare il terreno, la volontà è quella di trovare un lavoro fuori dall’Italia. Ma i suoi calcoli si rivelano sbagliati: l’Irlanda al pari dell’Italia piomba in una violenta crisi economica ed entrambe le aziende per cui lavora chiudono. “Mi sono ritrovato senza lavoro e senza un soldo. Ho dovuto rifare i bagagli e tornare a casa”, ammette Alessandro, che una volta varcato il confine italiano prova una seconda volta la strada della partita Iva. “E per la seconda volta ho capito che non era il caso. Così l’ho chiusa di nuovo e visto che essere un libero professionista non era fattibile, ho cercato lavoro come dipendente nel mio Paese, ma trovavo solo contratti a tempo determinato. Dopo sei mesi ho rifatto i bagagli”.

E così arriva la seconda valigia e il secondo aereo, stavolta con destinazione la più florida Londra, dove lavora per un anno come grafico in un’agenzia che fa corsi di fitness. Poi manda il suo curriculum a diverse agenzie di recruitment e gli arrivano numerose proposte di lavoro, anche se alcune anche poco allettanti: “Mi arrivavano richieste di tutti i tipi, non è che anche in giro per l’Europa sia l’Eldorado”. Tra tutti gli annunci, però, c’è anche quello giusto. “C’era un’offerta in Germania – racconta Alessandro – per un lavoro di alto livello con una multinazionale con base in Israele e con diverse aziende in tutto il mondo”.

Il procedimento di selezione dura molto tempo, ma alla fine Alessandro la spunta. “Ora sono da circa sei mesi a Francoforte e lavoro come graphic designer per app e software. Qui faccio il grafico puro, non faccio altre cose. In Italia invece cercano qualcuno che sappia fare di tutto, che possa ricoprire qualsiasi ruolo, non figure specializzate. E secondo me così si disperde la qualità. Qui invece lavoro solo nel mio ambito e vengo pagato bene, con uno stipendio che a casa non so se avrei mai potuto avere facendo il grafico”.

E non solo. Alessandro ha avuto modo di confrontarsi con diversi mercati del lavoro e ciò che ha sempre constatato è un diverso approccio: “Un trentenne da noi si aspetta di dover fare gavetta in eterno, mentre all’estero un ragazzo della stessa età si sente pienamente inserito nel mercato del lavoro e può puntare anche a posizioni elevate”.

Per questo per il momento Alessandro non pensa di tornare. “Per lo meno non con questi presupposti: qui sono passato dal lavorare per pagare le cartelle esattoriali ad avere un lavoro che mi piace e con il quale riesco a vivere; e la qualità della vita è altissima. Mentre se fossi rimasto in Italia probabilmente sarei ancora un lavoratore con partita Iva: ma a queste condizioni si sopravvive, non si vive. E non si può costruire così, non si riesce a creare un obiettivo da qui a tre anni”.

@chiacarbone