Fino alle 10 di sera della giornata elettorale Ed Miliband era il possibile, anzi probabile, candidato primo ministro britannico. I giornali amici raccontavano della sua evoluzione nelle settimane della campagna elettorale: da politico impacciato e un po’ immaturo a leader capace e disinvolto. I nemici lo attaccavano e svillaneggiavano – celebre la foto di copertina del conservatore “Sun”, che lo ritrae mentre azzanna con una smorfia strana un hamburger al bacon -, mentre il premier, David Cameron, non gli si rivolgeva con nome e cognome ma, semplicemente, con l’espressione “leader dell’opposizione”. Anche questi, in fondo, sembravano segnali positivi: il segno che Miliband era cresciuto e temuto dagli avversari.

Alle 10 e un minuto della sera elettorale, all’uscita dei primi exit poll, Miliband era un politico finito, pronto a uscire di scena. “La responsabilità della sconfitta è mia, soltanto mia”, ha ammesso davanti alla folla di sostenitori, facendo capire che se ne sarebbe andato presto. Il suo abbandono non è del resto un atto scontato. Il partito, nel passato, ha avuto più di un problema nel liberarsi di leader perdenti e ormai ingombranti. Ci sono per esempio volute due sconfitte elettorali perché Neil Kinnock decidesse di levarsi di torno. Ma Miliband è oggi costretto ad andarsene per le dimensioni della sconfitta, che pare ancora più clamorosa se paragonata alle attese della vigilia; e perché la cancellazione dei laburisti dalla mappa politica della Scozia appare come un dato storico e particolarmente bruciante.

Miliband è arrivato alla guida dei laburisti, 5 anni fa, soprattutto con un obiettivo. Mettere fine alle divisioni tradizionali tra l’anima più socialista, operaia del partito, e quella blairiana e orientata al business. La sfida che lui e i suoi uomini hanno pensato di poter vincere è stata quella del “voltar pagina” – come lui stesso ha più volte detto – rispetto al New Labour di Tony Blair, senza però tornare alle ricette laburiste degli anni pre-Thatcher. Si è trattato, insomma, di una sorta di “via media”: denunciare i monopoli, i privilegi fiscali dei ricchi, gli eccessi del capitalismo di mercato, senza però venire meno ai vincoli dell’austerità di bilancio e senza far perdere alla Gran Bretagna il primato di centro finanziario mondiale.

Alla fine il messaggio non è passato. Forse perché troppo sfumato, intellettuale, in linea con una personalità “da professore”, come quella di Miliband, quindi poco capace di sottostare alle inevitabili semplificazioni della campagna elettorale. E forse perché Miliband ha articolato il messaggio, in modo scarsamente incisivo. Ha parlato della necessità di “tagliare almeno in parte la spesa sociale”, ma non ha detto dove tagliare. Ha spiegato di non voler allearsi in nessun modo con i nazionalisti scozzesi, senza però riuscire a cancellare del tutto il sospetto che quell’alleanza, in fondo, ci sarebbe stata.

Alla fine, gli elettori non lo hanno seguito. Hanno scelto messaggi più chiari, definiti. Chi non ha paura dei tagli, anzi li ritiene necessari alla prosperità inglese, ha scelto i conservatori, che promettono 12 miliardi di sterline in riduzione del welfare. Per molti elettori di sinistra, soprattutto in Scozia, il Labour di Miliband è parso invece una riedizione un po’ scolorita ed educata dei conservatori, e quindi la scelta alla fine è caduta proprio su quello Scottish National Party che resta l’unico partito ancora apertamente socialdemocratico, anti-thatcheriano, della scena politica britannica. Non è un caso che la ventenne scozzese Mhairi Black abbia detronizzato uno dei pezzi grossi laburisti in Scozia, Douglas Alexander, dandogli del “Tory rosso”, del conservatore con una spruzzata di sinistra. Proprio la Black, nel suo discorso della vittoria, si è scagliata contro la bedroom tax, l’austerità e il programma nucleare inglese.

E’ comunque significativo che Miliband, arrivato al potere per placare le lotte intestine ai laburisti, lasci un partito che sta per ripiombare in quello stesso scenario. I discepoli del “Blairism” accusano l’attuale leadership di aver spostato l’asse politica troppo a sinistra, sperando che la recessione di questi anni avesse sospinto l’opinione pubblica su posizioni più progressiste. L’ala più radicale denuncia invece le timidezze di Miliband e indica l’esempio di Caroline Lucas, la leader dei verdi che non ha avuto paura di parlare di giustizia sociale, energie alternative, lotta alla globalizzazione, e ha trionfato, aumentando i consensi, nel suo seggio di Brighton. Ora il partito inizia il processo di ricerca di un nuovo leader. Potrebbe essere Andy Burnham, uno dei principali collaboratori di Miliband. Ma, come ha detto uno che da anni frequenta le stanze del potere laburista, Alastair Campbell, lo stratega di Tony Blair, “prima si tratta di ritrovare un’identità al partito”.