Il falco si è placato. E dopo aver svolazzato un po’, annunciando chissà quali sfracelli, si è docilmente appollaiato sul pugno del padrone. Dal quale difficilmente si allontanerà, se non dietro suo diretto ordine. Sic transit gloria Abe.

Eppure, a leggerne sui giornali, sia Usa che giapponesi (il resto del mondo, Italia compresa, ha praticamente ignorato l’evento) la sua visita negli Usa è stato un vero e proprio trionfo. Otto giorni, un record assoluto per un premier straniero, pranzi e cene di gala, quattro incontri (di cui due informali) con Obama, una decina di accordi più o meno importanti firmati e soprattutto grande, enorme esposizione mediatica. Il che, come ben sappiamo, non avviene per caso, soprattutto negli Usa. E così il “falco” Shinzo Abe, che la stampa americana aveva negli ultimi mesi continuamente accusato di voler riscrivere la storia e di inseguire pericolose derive revanchiste, il nipote di un criminale di guerra (Nobusuke Kishi) salvato dalla forca in cambio di preziose, e in parte tutt’ora segrete, “informazioni”, è diventato il primo premier giapponese a parlare davanti al Congresso riunito in sessione plenaria.

Dallo stesso palco, qualcuno ha osservato, dal quale nel dicembre 1941 Franklin Delano Roosvelt chiese di entrare in guerra contro il Giappone dopo l’attacco – che oggi sappiamo non essere stato completamente “a sorpresa” – di Pearl Harbour e, altra curiosa coincidenza, proprio nel giorno in cui ricorre il compleanno dell’ex imperatore Hirohito, che quell’attacco aveva progettato, discusso e infine approvato, il 29 aprile. Insomma, un idillio senza precedenti: per ritrovare una tale “copertura” bisogna risalire ai tempi di “Ron&Yasu” (Reagan-Nakasone), quando per definire i rapporti con gli Usa venne coniata l’espressione “alleanza inaffondabile” o di Koizumi – Bush, quando il “belli capelli” giapponese, per ingraziarsi la stampa Usa, si esibì in numerose, e decisamente imbarazzanti, avventure canore e danzanti, compresa una bizzarra imitazione di Elvis Presley.

Ma il “falco” Abe, alla fine, ha fatto di peggio. A 70 anni dalla fine della guerra, anziché approfittare della storica occasione – e di un pulpito eccezionale – che gli è stata offerta per “raddrizzare” una volta per tutte l’immagine del Giappone, che a livello politico non è certamente commisurata a quella che giustamente detiene dal punto di vista economico e culturale, ha preferito restare con i piedi – nella fattispecie, le zampe – a terra. Il falco si è rivelato un piccione da passeggio, anzi, un pennuto da giardino, incapace di librarsi in volo. Che senso ha “scusarsi” (senza poi farlo veramente, come risulta evidente da un’attenta esegesi del suo discorso) per la guerra con gli ex nemici americani senza minimamente citare i popoli asiatici invasi, occupati e massacrati in Asia? Ma ci vuole tanto a capire che fino a quando un leader giapponese – possibilmente l’Imperatore, nel nome del quale è stata combattuta la guerra – non compirà un gesto sincero e al tempo stesso simbolico come fece a suo tempo il cancelliere tedesco Willy Brandt inginocchiandosi ad Auschwitz il Giappone e purtroppo il suo popolo, che oggi in realtà non dovrebbe pagare per colpe non sue non verrà mai davvero “perdonato”? Sono anni che su questi punto la Cina e in particolare negli ultimi mesi il nuovo leader Xi Jinpin insistono senza perdere alcuna occasione, citando, come esempio positivo al quale ispirarsi, il percorso “virtuoso” intrapreso, e felicemente concluso, dalla Germania.

Niente. A leggerne sui giornali, persino su quelli in Giappone – come l’Asahi – che in genere non risparmiano critiche alle sue posizioni revisioniste e neonazionaliste, il premier Abe avrebbe, con un discorso efficace e pronunciato interamente in inglese (pare che per scriverlo si sia avvalso di almeno tre consulenti, uno dei quali americano), risolto brillantemente una volta per tutte vecchi rancori e recenti perplessità esprimendo il suo personale cordoglio e “eterne condoglianze” (espressione che in lingua giapponese non esiste) per tutte le vittime (oltre 400mila) della cosiddetta Guerra del Pacifico, che noi occidentali conosciamo invece sotto il nome di Seconda Guerra Mondiale. Ma di che?

A parte che che le parole di Abe non sono state giudicate sufficienti da alcuni autorevoli membri del Congresso e sopratutto dalle numerose associazioni dei reduci – che hanno giustamente rilevato l’assenza di parole come “scuse”, “pentimento”, “rimorso” etc, il discorso di Abe, è, oltre che moralmente inaccettabile, un vero e proprio suicidio politico.

A differenza che in Europa, dove i leader del dopoguerra – di gran lunga più saggi, coraggiosi e lungimiranti di quelli odierni – sono riusciti nel giro di pochi anni a seppellire il passato e costruire, aldilà dei battibecchi di cortile, una pace lunga e duratura, in Asia, specie in quello che chiamiamo con espressione squisitamente eurocentrica “Estremo Oriente”, le ferite – e che ferite – sono ancora aperte. Che senso ha, per un premier giapponese che dichiara di voler “passare alla storia”, andarsene per l’ennesima volta a ossequiare gli Stati Uniti, rilanciando in un momento delicatissimo per gli equilibri geopolitici un’alleanza militare che secondo i più appare comunque superata, dimenticandosi, ostentantante, di affrontare e possibilmente risolvere il problema dei vicini? Ma cosa vuole Abe? Che l’Asia ed il mondo intero accettino finalmente il Giappone come un paese “liberato” dalle allucinazioni del passato, consapevole degli errori commessi, pronto ad assumersene la responsabilità e deciso a non ripeterli? Oppure che perduri, come avviene da 70 anni, quel senso di sospetto, mancanza di fiducia, se non vero, aperto e dichiarato timore nei confronti di un paese, e dunque di un popolo, che per colpa di governanti arroganti e spesso ignoranti continua ad essere guardato con diffidenza?

Chiedere “scusa” (per modo di dire, come abbiamo visto) agli Usa, senza neanche aspettare né pretendere che in cambio arrivino le scuse per i bombardamenti atomici è oltre tutto un autogol politico. Non che ci siano segnali che negli Usa qualcuno si ponga il problema e che prima o poi un presidente Usa in carica abbia il coraggio di recarsi ad Hiroshima e Nagasaki. Ma rinunciare a questa sia pur remota ipotesi conferma la miopia, più o meno colpevole, dei leader politici giapponesi. Compreso il “falco” da passeggio Abe.

Peccato, davvero. Perchè il Giappone come grande e antica nazione, e soprattutto il popolo giapponese, non si meritano di restare nel registro dei “cattivi”. Speriamo che prima o poi ci sia anche qui un vero ricambio – e non solo generazionale – e che a qualcuno venga finalmente in mente che prima di chiedere scusa agli Stati Uniti, forse era ed è ancora meglio chiederle alla Corea – compresa quella del Nord – alla Cina e agli altri paesi invasi e occupati durante l’eroica “avanzata” dell’Armata Imperiale. E subito dopo, magari, gettare le basi di un’unione asiatica, come abbiamo, e non da poco, realizzato noi europei. Certo, l’idea di un’Asia unita, o anche del suo spicchio orientale più avanzato non è negli interessi degli Usa e forse neanche dell’Europa. Ma lo è certamente dei cittadini asiatici. Giapponesi, cinesi e coreani compresi.