Imprese edili e petrolifere, società attive nel mercato ortofrutticolo e conti correnti a cinque zeri: è un vero e proprio tesoro quello sequestrato questa mattina dalla Dia di Palermo al commercialista Giuseppe Acanto, ex deputato regionale cuffariano. Per gli investigatori si tratta di uno dei sequestri più imponenti degli ultimi tempi: i beni sigillati ad Acanto sono stati valutati intorno ai 780 milioni di euro. Già noto per essere stato tra i fedelissimi dell’ex governatore Salvatore Cuffaro, oggi detenuto nel carcere di Rebibbia dove sta scontando sette anni per favoreggiamento a Cosa Nostra,

Acanto era stato consigliere comunale a Villabate, in provincia di Palermo, nei primi anni ’90. Poi nel 2001 era stato candidato da Cuffaro nella sua lista fai da te, il Biancofiore, alle elezioni regionali: ad appoggiarlo, secondo la procura di Palermo, sarebbero stati i Mandalà, cioè il clan mafioso di Villabate. Un appoggio pesante che però non aveva garantito ad Acanto l’elezione all’Assemblea regionale siciliana, ma solo il posto di primo dei non eletti: l’entrata a Palazzo dei Normanni era scattata solo nel 2004, dopo l’arresto di Antonio Borzacchelli, poi assolto per concussione e prescritto per violazione di segreto. Il nome di Acanto, invece, era finito tra le centinaia di pagine di verbale riempite da Francesco Campanella, ex presidente del consiglio comunale di Villabate, poi collaboratore di giustizia.

L’uomo che falsificò la carta d’identità di Bernardo Provenzano aveva raccontato dei rapporti del commercialista con Giovanni Sucato, il cosiddetto “mago dei soldi”, un truffatore molto noto negli anni ’90, poi assassinato. Ma non solo: Campanella aveva anche parlato dei rapporti intrattenuti da Acanto con i Mandalà, suoi sponsor alle elezioni regionali del 2001, dove il commercialista era stato candidato su espressa richiesta dei boss di Villabate. Accuse che porteranno Acanto ad essere indagato per concorso esterno a Cosa Nostra: inchiesta che sarà poi archiviata.

“Secondo una nostra ricostruzione l’ascesa politica di Acanto è stata favorita dal peso della cosca di Villabate. Tanto che ci sarebbe stato un accordo per cui l’ex deputato regionale versava alla famiglia di Villabate, e in particolare ad Antonino Mandalà, una parte del suo stipendio” spiega Riccardo Sciuto, capo centro Dia di Palermo. I rapporti del commercialista con la famiglia mafiosa di Villabate, però, sarebbero continuati nel tempo, e oggi l’ex deputato fedelissimo di Cuffaro risulta titolare di un patrimonio ingentissimo. Quattro appartamenti a Palermo, Villabate, Misilmeri, Monte Prandone (Ascoli) e Trento, diversi conti correnti bancari con un attivo a cinque zeri, fondi d’investimento, aziende edili e distributori di benzina, imprese che lavorano nel campo ortofrutticolo, ma anche cooperative che si occupano di assistenza agli anziani: il totale sfiora, appunto, gli 800 milioni di euro.

“Beni che non sono compatibili con i suoi guadagni ufficiali. Siamo risaliti a Giuseppe Acanto nel corso delle indagini sul mercato ortofrutticolo di Palermo. Le scritture contabili di alcune aziende finite nell’inchiesta erano tenute dal commercialista”, continua Sciuto, che ha guidato le indagini sul patrimonio dell’ex deputato del Biancofiore. Un’operazione record, che è seconda soltanto a quella su Vito Nicastri, il re dell’eolico destinatario di un sequestro da un miliardo e mezzo di euro nel 2012, perché sospettato di essere vicino a Matteo Messina Denaro. I beni di Acanto, invece, sarebbero riconducibili ai Mandalà di Villabate, i gestori della latitanza di Bernardo Provenzano nei primi anni duemila, quando il padrino corleonese venne accompagnato in automobile fino Marsiglia per farsi operare alla prostata, nonostante fosse il latitante più ricercato del continente.

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