In ottobre il comitato russo per l’Oscar aveva candidato Leviathan per rappresentare il paese nella selezione per la Notte delle Stelle. Decisione presa soltanto dopo aver incassato il Premio per la miglior sceneggiatura a Cannes ma con una distribuzione prima vietata fino alla vittoria francese, poi concessa con il contagocce e una “rilavorazione” ad hoc sul montaggio. Causa il linguaggio considerato troppo scurrile. Favorito sulla cinquina in concorso lo scorso marzo, lo ha battuto soltanto il polacco Ida.

Siamo in una cittadina sulla costa del Mare di Barents, Teriberka. Uno di quei nord del mondo dove l’inverno dipinge il cielo di aurore boreali e gli scheletrici relitti di vecchie navi giacciono accasciati sulle spiagge rocciose a comporre un paesaggio ai confini di tutto. Alexey Serebryakov interpreta Kolia, onesto meccanico con un figlio adolescente e una giovane compagna, una Elena Lyadova dalla bravura sconvolgente. Il sindaco smargiasso e traffichino con il volto di Roman Madyanov ha in mano l’appalto per costruire un nuovo complesso abitativo proprio su quel promontorio dove da generazioni si trovano la casa e l’officina di Kolia. Il braccio di ferro per evitare l’espropriazione sembra vana speranza, quando l’avvocato e caro amico Dimitri mette insieme una documentazione compromettente per il sindaco. Sarà l’inizio di un’escalation di eventi che si stringeranno come un cappio intorno alla vita del protagonista.

Ispirato sia alla storia biblica di Giobbe e al suo dannoso perseverare, che a un evento di cronaca americana di un uomo che si fece giustizia da solo a bordo di un bulldozer, Andrey Zvyaginstev ha inserito riferimenti morali universali citando testi sacri e servendosi di personaggi come il prete ortodosso del paese con una funzione di raccordo simile a quella del Principe in Romeo e Giulietta. La potenza di una sceneggiatura perfettamente strutturata intorno all’idea di scoprire le reazioni di un uomo comune stretto da morse incommensurabili cresce come uno slowburn, ma in chiave drammatica.

Il regista oltre al naturalismo imperante di mare, balene azzurre e intensità del cast, si serve degli elementi spazio e tempo per caricare ulteriormente di pathos tutta la messa in scena. Una cruda scacchiera dai tanti paesaggi sperduti e lande desolate circonda i protagonisti quanto lunghi sono i tempi delle sequenze. Chiave filmica rigorosa e superba che sbatte lo spettatore nella dimensione del reale. Il plot e il suo sviluppo pieni di sorprese, capovolgimenti e colpi di scena imponderabili sono la materia prima che permette di sostenere un racconto a ritmi cadenzati per un minutaggio di oltre due ore, e il risultato è molto meno estenuante di quanto si possa immaginare prima del buio in sala. Anzi, incredibilmente appagante sarà per i cinephile e non solo, per via di un dinamismo che potrebbe adattarsi a un remake americano. Ma speriamo di no.

Il ritratto di Vladimir Putin troneggia nello studio dell’opulento sindaco mentre la vodka scorre a fiumi anche in una scena di tiro a bersaglio dove si punta a vecchi ritratti di Lenin e Gorbaciov. Il potere burocratico arriva ovunque e nulla può opporvisi o c’è speranza a resistere? Qual è il confine tra destino sociale e ostacoli eretti dal più forte? Leviathan è carico di un’attualità solenne, e sarebbe ancora più illuminante poterne vedere anche la versione censurata per il mercato russo.

Il trailer di Leviathan