FORZA MAGGIORE di Ruben Östlund – Francia/Danimarca/Germania 2014, dur. 118 – Con Johannes Kuhnke, Lisa Loven

Isolati nella dimensione spaziale della settimana bianca di un residence in alta montagna (Les Arcs 2000), la coppia svedese Tomas ed Ebba, genitori dei piccoli Vera ed Harry, prende una pausa dalla quotidianità sciando. Il possibile idillio è subito interrotto dall’inattesa slavina che travolge con qualche spruzzo di neve il terrazzo panoramico del rifugio chic dove stavano pranzando. Solo che Tomas sempre pronto a dispensare sicurezza ai familiari, appena si accorge del pericolo fugge a gambe levate raccogliendo guanti e smartphone, mentre Ebba si getta a proteggere i figli. Nessuno si farà male, ma la crepa familiare nata dal gesto compiuto dal marito si aprirà sfaldando gradualmente il rapporto. Questione di una frazione di secondo, l’attimo della valanga incombente, e Forza Maggiore compie il suo miracolo di racconto dell’assurdo che si fa terribilmente veritiero. L’improvvisa sfiducia di coppia si riverbera nelle azioni dei protagonisti, devia come conflitto di genere e di nuovo come dubbio morale nella coppia di amici che raccoglie lo sfogo di lei, e si fa ancora virata antropologica sulle origini ancestrali del maschio. Incastonato il set in un catino bianco accecante, che nei momenti tragici è un fasullo “chroma key”, Ostlund osserva in perenne ed entomologica oggettiva, scavalcamento di campo come marchio dell’inquadratura, la devastante crisi fiduciaria tra marito e moglie. Inquietante uso del bianco/neve come qualsiasi maestro del thriller userebbe il nero, e attenta ricostruzione sonora di rumori d’ambiente e ottoni dirompenti per sottolineare la continua attesa di un pericolo percepito che non deflagra mai definitivamente. 4/5

LEVIATHAN di Andrei Zvyagintsev – Russia 2014, dur.140 – Con Aleksey Serebryakov, Elena Lyadova

I campi lunghi e le azioni silenti dei protagonisti, estese e riprese per tutta la loro naturale durata nei primi quadri di Leviathan sembrano introdurci nel formalismo stilistico tipico di Zvyagintsev. Poi la storia di Kolya, che vive con moglie e figlio in un villaggio sul mare nel Nord della Russia, e che viene condannato a lasciare la sua casa con officina per far posto alle mire espansive del corrotto sindaco del luogo, diventa un apologo morale, riflessione sul rapporto tra uomo e autorità, girato con uno stile più classico, sequenze meno prolungate e una limpida immediatezza di senso. E’ una sorta di Zvyagintsev versione “nuovo cinema rumeno”, tanto che la tessitura di alcuni sottotesti più prosaici – politico, con l’ambiguo pope ortodosso; intimo, con il rapporto di corna tra la moglie di Kolya e l’avvocato amico; sociale, si veda l’alcol in cui si annegano di continui i dolori dell’anima – finiscono per consolidare ed avvalorare la tesi del Giobbe messo a dura prova nella sua pazienza dal Dio Stato. Leviathan si scompone gradualmente da quadro reale di un uomo qualunque vessato dalla legge e dalle istituzioni, fino ad una dimensione priva di appigli di speranza, libera di recuperare il tratteggio di un cinema che fa della mimetizzazione con il luogo e gli spazi del set un marchio omogeneo e sempre riuscito. Davvero robusta l’interpretazione dei quattro personaggi principali del testo, tanto che il solito monocorde doppiaggio italiano non riesce a scalfirne l’intensità espressiva. Ispirato alla storia vera di un saldatore del Colorado, e rimaneggiato drammaturgicamente attorno al Kohlhaas di Von Kleist. 4/5

MI CHIAMO MAYA di Tommaso Agnese – Italia 2015, dur. 90 – Con Matilda Lutz, Valeria Solarino

A seguire Mi chiamo Maya si rimane come straniti di fronte ad uno strano squilibrio percettivo: non si comprende con esattezza se il regista e sceneggiatore Agnese cerchi di raccontarci una tranche de vie realista o un simbolico pastiche fantastico della Roma bene. Seguendo le tracce della sedicenne Niki, in fuga da polizia e assistente sociale, per mezzo film assieme alla sorellina Alice dopo essere uscita indenne dall’incidente d’auto dov’è morta la madre, entriamo in appartamenti dove vivono ragazzine da chat porno con ricariche, festini per adolescenti borghesi annoiati, e tatuatrici lesbico-nichiliste, senza dimenticare un affascinante giovane saltimbanco. Se, appunto, c’è un desiderio di realismo il film è terribilmente sfasato tra intenzione e realizzazione: in particolar modo la recitazione meccanica della protagonista – Lutz -, oltretutto ampiamente oltre i 16 anni sbandierati, cancella ogni mimesi emotiva. Se, invece, ci si infila come in un tunnel onirico dove la credibilità della cronaca non conta più e vale la trasformazione fisica, delirante e malleabile del corpo dell’interprete (ogni set, vestito e parrucca nuovi, persino una cresta punk e un piercing) ecco allora che questo incedere strambo e sfuggente acquisisce una sua comunque non convintissima ragion d’essere. 2/5

CAKE di Daniel Barnz – Usa 2014, dur. 98 – Con Jennifer Aniston, Anna Kendrick

Non tutte le ciambelle cinematografiche riescono col buco. Cake, fattura formale tipicamente “a la Sundance” – storia di provincia americana, attore famoso che interpreta ruolo inatteso, inquadratura ricercata per rispettare il cliché del disimpegno -, ne è un esempio classico. Attorno al tentativo di rappresentare il doloroso recupero post trauma di una ricca e separata quarantenne – un incidente d’auto dov’è morto il figlio – bisognerebbe costruirci anche un film che abbia qualcosa di espressivamente peculiare oltre la ricetta festivaliera. Per Barnz invece, non di certo un timido esordiente alla regia, basta affidarsi all’idea della star sexy costretta a stare rigida come un palo per i postumi dell’incidente, piena di cicatrici e perennemente incazzata. La macchina da presa fa perno su di lei, ne assume le bizzarre allucinazioni in soggettiva, poi si consolida nel tradizionale solco del campo e controcampo nei momenti di massima dialettica con altri soggetti. Come se non bastasse Cake è ammantato di un tono simil comico, una specie di risatina trattenuta e fatta sfociare dalla frankensteiniana protagonista, impossibilitata a sopportare una parola in più da chi le sta attorno, aiutata da un commento musicale birichino, e dalla seppur simpatica doppiatrice italiana (Eleonora De Angelis) che ne uccide ogni velleità tragica. La Aniston più che avvicinarsi alle colleghe hollywoodiane prestatesi al dramma minimalista, sembra la signora Cecioni di Franca Valeri. 2/5

GUNMAN di Pierre Morel – Usa 2015, dur. 115 – Con Sean Penn, Idris Elba

Non ci poteva essere ritorno più deludente da protagonista per Sean Penn. Oramai da tempo a secco di ruoli principali – Milk del 2008, senza che Sorrentino se la prenda per il catatonico Cheyenne di This must be the place, comunque del 2011 – Penn in Gunman sfiora la performance insignificante. Tratto da uno dei più vigorosi polar di Manchette – Posizione di tiro – dove la rarefazione del dolore del sicario protagonista diventava un abisso esistenziale di raro disincanto e fallimento, nel film di Morel Penn finisce per essere una banderuola terzomondista, tutta muscoli e vene in bella mostra (Penn ha 54 anni), sballottata tra le location di Londra, Barcellona e l’Africa, da cui parte il film con tanto di Jasmine Trinca femme fatale, per poi aggiustarsi nella corsia delle buone intenzioni morali per il killer che dopo otto anni vuole cambiare vita (costruisce pozzi con una ONG per i poveri congolesi sic!) ma che sarà costretto a fare i conti con il suo passato. L’innesto forzato di una spiegazione politica al complotto anti-Penn, nel corpo di un action-movie confusionario che pesca a mani basse tra gli stereotipi di genere, sembra per una volta, e per il combattivo attore statunitense, piuttosto fuori luogo. Il rischio di flop eclatante dopo la mediocre uscita negli Usa è dietro l’angolo. 1/5