“Volevo andare a fondo svelare le relazioni col mondo. Toccare il presente e illustrarlo. Non volevo fare un’esibizione che raccontasse la vita tranquilla. Volevo far sentire il rumore del mondo, le vibrazioni, lo shock. Anche perché non possiamo parlare del presente senza considerarlo complicato”. Okwui Enwezor apre così la sua Biennale di rottura, di emergenza “urlata”. E lo fa puntando all’hic et nunc, alle fratture dell’oggi da cui ripartiranno i mondi futuri del domani. “All the World’s Futures“, tutti i futuri del mondo appunto. Lasciandosi alle spalle lo sforzo enciclopedico di Massimiliano Gioni mette in scena un mondo lacerato senza la velleità di voler dare risposte. Il padiglione centrale “Blues Blood Bruise” si apre con Fabio Mauri e il suo muro di valigie. Sono quelle dei migranti, a proposito di lacerazioni. E Mauri non è l’unico ad occuparsene. I padiglioni nazionali raccontano le loro storie come fa quello tedesco con un’infilata di quotidiani. Ma farà lo stesso Vik Muniz, con un’installazione galleggiante. Una gigantesca barchetta di carta, della dimensione di un vaporetto, che si intitola “Lampedusa” ed è stata concepita poco dopo l’operazione “Mare Nostrum“.

Poi c’è tutto il padiglione centrale. L’oratorio di cui si discute da giorni. La moquette rossa in cui si da lettura del “Das kapital” di Marx (e non solo) provando a capire insomma, cosa rimane rimescolando la storia (anche quella dell’ideologia). Non c’è pace, non c’è tregua e nessuno vuole che ci sia. “Non è questione di Marx o meno – dice Enwezor provocatorio – non ho scelto di mettere lui e poi intorno alcuni artisti, così di corollario, anzi. Gli artisti che si raccontano qui sono stati profondamente influenzati dalla lettura dei suoi testi”. Ma Marx, pur sottolineato e rimbalzato nelle anticipazioni non è l’unico punto. “E’ una Biennale politica? Sì, lo è, perché parla di noi e del nostro rapporto con la storia – dice Paolo Baratta, presidente di Biennale – non siamo più nell’epoca del bianco o nero, quella de “Il capitale”, appunto. Siamo in epoca di lacerazioni anche se sembriamo vivere un periodo e dei fenomeni che ci ricordano quei momenti. E’ dal ‘600 che il mondo occidentale si interroga su se stesso. Qui abbiamo messo in scena lo stato delle cose”.

Lo stato delle cose di oggi è il muro di Mauri sotto la cupola di Galileo Chini quasi raggiunto dalla strettissima scala ovvero “la macchina per fissare acquarelli” cui segue immediatamente “l’uomo che tossisce” (in realtà vomita) di Christian Boltanski. Ma ci sono anche i padiglioni nazionali con le madri venezuelane che allattano, passamontagna in testa, canticchiando una ninna nanna di Argelia Bravo, il padiglione israeliano foderato di gomme d’auto consumate e quello egiziano che è un’architettura di giardini sospesi e cita Jalal ad-Din Muhammad Rumì (“Al di là del bene e del male esiste uno spazio/ ti incontrerò lì/ quando lo spirito giace su questo tappeto erboso/ ci sarà molto di cui parlare”). Nuclei di ieri e di oggi, non solo politici. Come nel padiglione francese, in cui campeggia un pino con radici enormi di Céleste Boursier-Mougenot o quello olandese in cui con uno sguardo al passato dopo un’infilata di piccole falci per il grano ci sono occhi solo per un’aiuola circolare di piccolo bocciuoli di rosa tagliati dalla base.

La provocazione rimane quasi solo nel padiglione della Gran Bretagna. Corpi nudi e sigarette infilate negli orifizi, falli in erezione e pareti giallo intenso. Si stempera nel padiglione greco “in rovina”, negli anfratti di un vecchio negozio di animali e si ricompone nella meravigliosa installazione di Chiharu Shiota, nel padiglione del Giappone che per i mondi futuri ah pensato ad un fil rouge di chiavi che diventa “foresta”, sospeso sopra due imbarcazioni per traghettarci al domani. Le provenienze degli artisti? Quattro italiani, Fabio Mauri appunto ma anche il “Cannone semovente” di Pino Pascali, Monica Bonvicini e Rosa Barba. Molti, moltissimi apolidi. “Non ho guardato le provenienze – risponde lapidario Enwezor ad una giornalista giapponese – quello che vedete alla Biennale è la mia biografia intellettuale. Ci sono molti artisti che in qualche modo possono essere definiti migranti? Sì, ma se ci sono è perché avevano molte cose da dire”.