Di incontri, sognati e reali. Dei sorrisi e delle belle gambe che lo hanno fatto innamorare. Di passaggi tra l’essere figli e diventare genitori, o viceversa. Della paura di morire e di un aldilà che tradotto vuol dire fede. Ma soprattutto abbiamo parlato del mondo di Roberto Vecchioni e delle meraviglie e le tristezze che lo hanno accompagnato nel cammino che si chiama vita. Un crocevia di quella cosa in continua evoluzione che è la parola. Le presentazioni anagrafiche sono semplici: Vecchioni ha 71 anni, è un intellettuale (non bisogna dirglielo, non vuole), un insegnante di greco e latino nei licei in pensione, docente universitario a Pavia, un cantautore e scrittore in piena attività. L’ultimo libro, Il mercante di luce, pubblicato da Einaudi, è terzo in classifica, ha venduto 60mila copie. E lui che ne voleva mille. A ogni domanda la voce brilla come fosse la prima volta e sarà invece la millesima. Con lui cercare le risposte non è molto problematico, travolge come i torrenti d’autunno.

Dietro a ogni uomo c’è un padre. Il suo era eccentrico, poetico e mascalzone. Vero?
Era napoletano, prima di ogni altra cosa. Se n’è andato presto, a 63 anni. Autorevole, ma con grande dolcezza ed educazione. Dionisiaco, quasi. Un giocatore, molto folle e anche egoista. Ma un monumento al bene che gli ho voluto. Che gli ha voluto mia madre, che lo conosceva e perdonava. Tra di noi c’era una complicità segreta molto rara tra padre e figlio, in un’epoca in cui i genitori venivano contestati.

C’è un episodio che rende unico il vostro legame?
Sì, era l’anno della maturità al liceo classico. Io ero magro, sfinito dai libri e dalle interrogazioni, preoccupato per l’esame, con la tachicardia dei vent’anni. Lui mi prese e mi disse che ce ne andavamo in vacanza a Parigi, io e lui. Un mese prima dell’esame. Provai a resistere. Non ne volle proprio sapere. In quei giorni ho scoperto Versailles e il sesso, le risate. Metaforicamente mi ha riempito di quella cultura che mi serviva, quella rispetto alla quale non c’è scuola che tenga. Mi ha fatto scoprire il sesso e Pigalle. E non con lui, ovviamente… Quando sono tornato ho fatto l’esame a pieni voti, ma il mio esame con la vita fu più quei giorni di Parigi che non i cinque anni. Non era un uomo ricco, commerciava in cotone. Poi giocava, giocava a poker, ai cavalli e al casinò: la nostra vita, quella della famiglia, voleva dire un mese la minestrina in brodo, quello dopo le ostriche. Sì, diciamolo: era davvero un folle.

In quale città abitavate?
Milano, dove sono nato, una casa in piazza della Repubblica.

“Guccini l’ho conosciuto al Tenco nel ’73, non ci siamo più lasciati”

Cosa è stata per lei Milano?
Un grande itinerario, la storia di un’educazione formativa, l’amore per la verità interna. Frequentavo Roma e Firenze già allora, ma lì era troppo facile, la bellezza te la sbattono in faccia. A Milano devi andartela a cercare, ma quando la scopri è quella più appagante. Per me è quella Milano, la mia, fatta di ritrovi notturni e notti tirate fino all’alba. È stata il Cabaret, ma non quello del Derby, più roboante e conosciuto. Dico del Refettorio e Le Clochard, dove le facce di Maurizio Micheli, di Gianni Magni e dei Gufi aprivano la vita. Gli incontri con Dario Fo: monumentale. Poi Franca, Franca Rame, soprattutto. L’ho amata per tutta la vita. Dario era sempre visto dal basso, con Franca c’erano le risate e le barzellette stupide. Fu lei che per anni mi fece la scaletta dei concerti, senza che nessuno lo sapesse. Purtroppo non ho fatto in tempo a farle ascoltare Le mie donne, brano che ho dedicato a lei e a Simone De Beauvoir.

Chi era Franca Rame?
Univa lo spirito del popolo e quello dei re. Non era la piccola borghesia, quella che a me non piace, era due eccessi insieme, quello popolano e quello altamente aristocratico.

Parliamo di Franca e viene in mente Enzo Jannacci. Compare anche nei suoi dischi, all’improvviso. E poi sparisce. Jannacci, insomma.
La genialità fatta persona, Enzo. E non potrebbe essere altrimenti, visto che ha scritto Vengo anch’io. In quella Milano giravano grandi personaggi, da Luciano Bianciardi a Ivan Della Mea e Dino Buzzati. Ma alla genialità di Jannacci non si è mai avvicinato nessuno. E la trovava nell’uscire dagli schemi come fanno i bambini. L’interpretazione intelligente del mondo che solo i bambini sono capaci di fare.

Il suo mondo musicale è stato anche quello bolognese, sulle tracce di Francesco Guccini.
Nella musica, forse, sono più bolognese che milanese. Con Guccini ci siamo conosciuti nel 1973 e diventammo inseparabili. Lo ricordo come se fosse oggi: ci trovammo nell’atrio di un albergo, a Sanremo, per il premio Tenco. Io lo riconosco e lui mi chiede ovviamente chi fossi. Non credo che Francesco riconosca il Papa o il presidente della Repubblica, figuriamoci se poteva riconoscere me. Io lo avevo già amato prima, perché nelle sue canzoni si respira la cultura, non la citazione raffazzonata. E, soprattutto, Guccini non è La Locomotiva; al limite è Stanze di vita quotidiana, sicuramente non è l’anarchico della Locomotiva. Quel giorno, dopo sette whisky e sette bourbon, finimmo a fotografare gli angoli di Sanremo, a raccontarci le nostre debolezze, più che le vittorie. Le certezze e le paure. E poi a fare altre cose che ai giornali non si raccontano. Una giornata piena. Da lì in poi abbiamo passato una vita insieme. Ora ci siamo un po’ persi, a lui mancano delle voglie che io ho ancora. Ma se vuole chiedermi chi è il più grande cantautore italiano sicuramente dico lui, Francesco Guccini, nato a Modena, vissuto tra Bologna e Pavana.

C’è un video su youtube con lei, Guccini e Lucio Dalla che cantate Porta Romana. Ubriachi fradici.
Assolutamente ubriachi. Lucio è stata una delle ultime scoperte bolognesi, molto forte però. Aveva il potere di farmi tacere, io che sono un oratore professionista. Se a cena parlava Lucio io mi zittivo, perché era divertente, interessante. Sentimento forte, l’ultimo dei miei bolognesi, ma sicuramente tra i più presenti per quello che sono.

Giorgio Albertazzi pochi giorni fa ha detto: senza il sorriso e l’amore mi lascerei morire. Vecchioni concorda?
Su molte cose che dice Albertazzi concordo. Mai sulle idee politiche, ma per tutto il resto sì. Facciamo a capirsi: la mia vita non è un gioco a chi è il migliore o il peggiore. Queste cose le aveva già cassate Saffo 2700 anni fa: diceva che la cosa più importante non è conquistare le terre, la cosa più importante è chi amo e chi mi ama.

“Gli italiani sono meschini e voltagabbana, davanti alla politica esprimono il loro peggio”

Quali sono i sorrisi della sua vita?
Ce ne sono. Almeno sei, sette. Il più importante è quello di mia moglie, 35 anni fa: dal fondo di una stanza, a una festa. Mi sorrise, sì. E io vidi solo quello. Era un momento brutto per me, fu lei a prendermi per mano. Il sorriso è l’inclinazione della bocca, degli occhi. Capii da quel sorriso che l’avrei amata e lei avrebbe saputo amarmi, questi sono i sorrisi.

E le ferite?
Siamo fatti di tante ferite, di milioni di ferite. Quando sbatti contro le persone che non hanno capito niente. Ma le amicizie mi hanno lasciato le ferite più laceranti. Non gli amori. Gli amici. Perché la donna la ami e puoi anche non essere corrisposto, con gli amici è una scelta assolutamente alla pari. Non so se riesco a rendere bene l’idea. E quando finisce, per mille motivi, resta la ferita non più rimarginabile. Riesci a darle un motivo, ma non una spiegazione. Il contrario di quello che avviene quando finisce l’amore.

Lei dice delle cose mai banali, chi scrive lo deve essere per contratto: qual è la canzone che ha amato di più? (e la ride)
Figlia
, Le Rose Blu, La stazione di Zima. Ma la risposta è nella domanda. (Ride ancora).

Altra postilla contrattuale: la sua crisi mistica. Lei, ex comunista, che trova la religione.
Ormai è passato tanto tempo. È stata una scoperta, quella della religione, molto lenta, consapevole e adulta. È stata l’unione della ragione e del sentimento. Poi c’è l’aspetto della paura, quando invecchi la morte si fa più vicina e speri di trovare altro. Nel mio caso non è stato neanche così e, comunque, non solo questo. Rifiuto di paragonare l’uomo a un insetto. L’uomo lascia una pittura, le parole, lascia un sentimento che deve per forza andare oltre. E questo non vuol dire trovare altro, ma quello che si lascia non può essere solo cenere. Lo affronto anche nel libro, nel Mercante di Luce: a me non importa molto che senso abbia il mondo, ma quale senso ha il mio animo, questo sì. E lo dico perché penso alle cose che ho letto di Sofocle e ai quadri di Vincent Van Gogh davanti ai quali mi sono fermato per giornate intere.

C’è anche il tema della politica da affrontare, non mi pare che le interessi, vero?
Non me ne frega proprio niente. E lo dico da ex comunista e soprattutto da democratico. Il degrado ormai è dilagante. Io, per fortuna, sono rimasto a Pericle, alla democrazia che non è la maggioranza, ma il consenso del dissenso. Andrebbe scolpita nelle pietre questa frase, ovunque. Il concetto di democrazia degli italiani è avere favori da chi ha il potere e cambiare per averne altri ancora quando il potere cambia direzione. Lo trovo un atteggiamento meschino. Gli italiani, in questo, sono meschini e voltagabbana, davanti alla politica esprimono davvero il loro peggio. E posso solo dire che allora non me ne frega un cazzo della politica. E’ la conclusione alla quale ormai sono arrivato da tempo.

Si sente un pensionato, tipo quello cantato da Guccini?
Non ce la faccio. Ho scritto il libro con la speranza di mille copie e sono sessantamila, ma non mi interessava vendere. Sono a presentarlo a Bolzano, ho in programma due concerti: uno legato a questo lavoro, l’altro più classico, due ore e mezzo con otto musicisti. Se mi fermo è un problema.

Chissà se siamo riusciti a raccontare un pezzettino dell’intellettuale e dell’artista. Che dice?
Non sono un intellettuale. Però mi è piaciuto molto, siamo andati fuori dalle regole, come Jannacci.

da Il Fatto Quotidiano del 27 aprile 2015