Anche io, come molti, ho visto la serie tv 1992 trasmessa da Sky, anteprima al Festival di Berlino e ottime recensioni di stampa straniera, boom d’ascolti ai limiti del cult e prosieguo annunciato. Sono i tempi di House of cards.

L’ho guardata senza quel pregiudizio che spesso accompagna la visione d’una fiction: mi muoveva la curiosità verso anni che, di fatto, rappresentano uno spartiacque nella storia del Paese e, data l’inadeguatezza del presente, c’è da chiedersi se, seppur tra mille contraddizioni, non fossero (quelli) anni migliori.

Colombo e Di Pietro

Senza pretese, non mi aspettavo altro se non quello che in parte è: un affresco su quel tempo, sul Partito socialista e la frantumazione dei partiti, sulla nascita di quello che diventerà il berlusconismo, sulla Milano da bere e il debutto di Publitalia, sul prototipo delle escort prestate alla Tv (quelle prestate alla politica arriveranno immediatamente dopo), sul ruolo del giornalismo, sul rapporto urticante tra meritocrazia e partitocrazia, temi (alcuni) di straordinaria contemporaneità. Per un ottimo Stefano Accorsi e regia a firma d’un calabrese, Giuseppe Gagliardi, originario di Saracena, suggestivo paesino alle pendici del Pollino, dove il cinema è di casa (Saracinema doc). E qualche coda polemica tra la Calabria e Roma.

Sorprendente, in alcuni luoghi, la sceneggiatura. Un frullato tra verità e finzione, da commistione “tra palco e realtà”. A partire dall’ultima puntata, dove nel finale spunta il ruolo di Giacomo Mancini, Segretario del Partito socialista dal 1970 al 1972. Quasi che fosse un coup de théâtre. E dalla fine muove un nuovo inizio.

Il riferimento è alla deposizione volontaria che il 18 novembre del 1992 Giacomo Mancini rilasciò (dopo un’intervista uscita il 7 novembre sul Corriere della sera) a Piercamillo Davigo e ad Antonio Di Pietro, che nella vulgata avrebbe determinato l’inizio della fine, ovvero l’avvio del primo avviso di garanzia a Bettino Craxi, “il Segretario” come l’apostrofava. Non mi convince, e non solo per la scarsa somiglianza fisica tra personaggio reale e attore (a differenza di quanto, per esempio, accade per Dell’Utri). Lo stereotipo è quello di un Mancini da un lato oscuro, spietato, insomma da grande Vecchio.

Tutto muove da una falsa prima pagina del Corriere della sera, mai andata in stampa, remake dei più famosi falsi de Il Male, il giornale satirico degli anni 70, celebre per il finto arresto di Ugo Tognazzi come capo delle Br, che si prestò a farsi fotografare in manette in cambio di un paio di capponi (quegli anni furono anche questo). In realtà Mancini, che pure fu Craxi driver, rilasciò un’intervista a Francesco Merlo per il Corsera “Bettino? Di lui si ricorderanno i fallimenti”, che non ebbe la stessa sovraesposizione mediatica resa nella fiction. Nell’intervista e nel film Mancini dice una cosa semplice e crudelmente vera: che Craxi, in qualità di segretario nazionale, non poteva non sapere dei finanziamenti bui (diciamolo pure: illeciti) confluiti nelle casse del Psi. Non fece altro che riportare, lui garantista fino al midollo ma eticamente rigoroso e leale, una cosa arcinota. Erano tempi, quelli, in cui un Segretario non era un corpo estraneo dal resto del partito ma governava tutto, a partire dalle liste (in ragione di ciò, nel 1983, Mancini da capolista verrà catapultato al numero 9 della lista e sarà comunque eletto), figurarsi se non governava anche il potere economico.

La vicenda s’intreccia, tanto nella storia vera quanto in quella romanzata, con una triste fatalità: Vincenzo Balzamo, l’allora Tesoriere del Psi, muore improvvisamente stroncato da un infarto. Craxi in più di un’intervista televisiva attribuirà questa causalità al clima generato dal pool “Mani pulite”. Il rischio conseguente sarebbe stato quello di far ricadere tutte le responsabilità su chi oramai non avrebbe potuto difendersi, semplicemente perché non c’era più. Ma Mancini non mente né omette, e dice la verità. Affermerà che Balzamo era a conoscenza dei proventi derivanti dall’edilizia e dagli appalti, non degli altri, che il segretario conosceva. Insomma, gli sfuggiva il rapporto tra partito e banche, grandi imprese, finanza…

Questa volta il leone socialista dal cuore grande non sarà cinico. Era un uomo, certo non tenero né facile, ma di quelli che coraggiosamente si assumevano le proprie, di responsabilità.

Da qui, a farlo passare per altro, è un cambio di passo.