Appena una settimana fa, rivolto agli investitori stranieri accorsi per una sessione del World Economic Forum a Jakarta, il presidente indonesiano Joko Widodo esortava a chiamarlo personalmente in caso di necessità. Il capo di Stato si è detto convinto al cento per cento di riuscire a portare a termine il processo di riforma della quinta economia asiatica. L’obiettivo è quello di ridare slancio al Paese con una crescita media del 7 per cento durante i cinque anni di mandato. I risultati sembrano dare i primi frutti. Secondo i dati diffusi ieri gli investimenti esteri hanno fatto segnare nel primo trimestre dell’anno un’impennata del 14 per cento, contro il 10,5 per cento del trimestre precedente. Segno che gli investitori credono agli impegni presi.

Tuttavia, poche ore prima che fossero eseguite le condanne a morte di otto trafficanti di droga, di cui sette stranieri, è stato invece il quotidiano Jakarta Globe a esortare Widodo ad agire nell’interesse del Paese e, in un atto di clemenza, permettere almeno la revisione dei casi dei condannati, che alla fine non c’è stata.

Dallo scorso gennaio le esecuzioni sono già state 14. Come accaduto ieri, la maggior parte dei giustiziati sono stati stranieri. Ieri la ministra degli Esteri australiana, Julie Bishop, ha definito “orribile” tutto il procedimento che ha portato alle esecuzioni dei due connazionali Andrew Chan e Myuran Sukumaran, accusati di essere a capo dei “nove di Bali”, un’organizzazione dedita allo spaccio. A gennaio furono invece Brasile e Paesi Bassi a richiamare i propri ambasciatori in segno di protesta per la morte di loro cittadini. Il governo di Jakarta deve così fronteggiare la pressioni internazionali che chiedono una moratoria sulla pena capitale.

“Il presidente Widodo deve sospendere i piani per future esecuzioni”, si legge in una nota di Amnesty International. Jokowi, come è chiamato dai propri sostenitori, si trova tuttavia stretto tra gli appelli di politici, alleati e organizzazioni internazionali e la necessità di dimostrare di essere un uomo di azione.

I suoi primi mesi al governo, sottolinea la Bbc, sono stati “caratterizzati da inazione e indecisione”. Il risultato è stato un calo nei sondaggi d’opinione rispetto alla vittoria elettorale dello scorso luglio, con un consenso sceso sotto il 60 per cento. Il ricorso alla pena di morte è quindi un facile modo per riguadagnare terreno. Tanto più come soluzione alla lotta contro il traffico di droga, che Widodo non ha esitato a definire “emergenza nazionale” citando dati che parlano di 40-50 morti al giorno a causa degli stupefacente. Cifre considerate dubbie da diversi critici.
Nei primi sei mesi alla presidenza si è infatti offuscata l’immagine del leader cui il Time Magazine ha dedicato una copertina lo scorso ottobre, definendolo una nuova speranza per la democrazia indonesiana.

Ma i mancati atti di clemenza e le tensioni diplomatiche con Australia, Brasile, Olanda e Francia a causa delle condanne a morte, sono soltanto una parte dei problemi. All’inizio di aprile il quotidiano Jakarta Post metteva in fila una serie di marce indietro rispetto alle decisioni precedentemente prese dal suo stesso governo.

L’ultima in ordine di tempo ha avuto come corollario una campagna sui social network nella quale è diventata virale l’espressione “firmo ciò che non leggo”. Il riferimento è al provvedimento che aumentava l’ammontare di spesa per le automobili concesso ai funzionari pubblici, senza tenere a mente che già dispongono di una macchina di servizio.

La misura che portava la firma presidenziale ha fatto scattare il malcontento e a peggiorare la situazione ha contribuito la replica dello stesso Widodo, che si è giustificato ammettendo di non poter leggere tutto ciò che firma.

Tempo prima il capo di Stato aveva invece dovuto frenare sul provvedimento per allungare la lista dei Paesi ai quali concedere l’ingresso senza visto, includendo 30 nuovi Stati. Decisione contestata dai burocrati, per il rischio di violazioni della legge sull’immigrazione.

I propositi riformisti di Widodo si sono infine scontrati contro il muro dell’anticorruzione. Il presidente, che ha fatto della lotta al malaffare uno dei punti cardine del suo programma, ha dovuto revocare la nomina da lui stesso decisa del generale Budi Gunawan a capo della polizia.

Il superagente è finito nelle maglie della Commissione per la lotta alla corruzione, con l’accusa di aver ricevuto tangenti. Il caso sembra caduto e il generale è stato comunque nominato numero due della polizia, sebbene i critici abbiano sollevato dubbi di opportunità politica di tale promozione. Ma Gunawan è considerato un alleato dell’ex presidentessa Megawati Soekarnoputri, leader del Partito democratico di lotta e mentore di Widodo. Che quindi sembra non riuscire ad affrancarsi dall’ingombrante presenza.