Fuori dal padiglione del Giappone c’è la fila per entrare alla mostra. E anche al piano di sopra la gente è in coda per prendersi un piatto di soba. All’Expo di gente ne è arrivata, 200mila persone dicono gli organizzatori. Molti sono invitati, membri delle delegazioni, giornalisti, li riconosci tutti dal pass appeso al collo. Ma ci sono anche i visitatori a fare avanti e indietro per il decumano, l’asse principale del sito. Poco più in là del padiglione del Giappone c’è quello del Marocco. Qui di gente in attesa non ce n’è, ma la ragazza all’ingresso con il conta persone in mano dice che ne sono già entrate 1.500. E sono solo le 14. Fuori la struttura ricorda una di quelle case tipiche che vicino al deserto tirano su con fango e paglia. Dentro, la prima sala è dedicata alla zona mediterranea del paese, con installazioni video e l’esposizione dei suoi prodotti tipici, arance e mandorle. Poi si va più a sud, ecco la catena dell’Atlante e ancora più giù il Sahara, che non può regalare altro che datteri. Dalla mostra si passa in un negozio: sembra il book shop di un museo, ma qui si vendono profumi, il tipico olio di argan e le tajine di terracotta per cucinare carne e cous cous. Più in là il ristorante: con il menù con tajine van via dai 14 ai 17 euro, con un meno tradizionale club sandwich ce la si cava a meno.

Nel primo pomeriggio il decumano e l’altra via principale, il cardo, si riempiono. La gente vien via dal Lake Arena, dove il premier Matteo Renzi e le altre autorità hanno dato il via all’Esposizione con la cerimonia ufficiale. All’altro capo del cardo c’è l’Albero della Vita. Inizia a illuminarsi, sembra che i lavori siano finiti. Solo poche ore prima, appena aperti i cancelli dopo le 9, gli operai erano ancora trapano in mano attorno a quello che hanno definito il simbolo dell’Expo. Ed erano al lavoro anche dentro Palazzo Italia, blindatissimo per tutta la mattina, con gli uomini della security davanti a ogni ingresso. Intorno i mezzi dell’Amsa ancora a ultimare le pulizie. Ordinati il cardo e il decumano. Ma una cinquantina di metri più in là, a lato dei padiglioni, mucchi di spazzatura ancora da buttare via. Ma più la gente aumenta, più il flusso di persone nasconde chi è ancora all’opera. Eppure i lavori non sono finiti. Palazzo Italia viene aperto poco dopo le 15, quando il pranzo di Renzi e di altre autorità si è concluso. I visitatori si accalcano sulle scale verso l’ingresso della mostra. A parte qualche monitor ancora da impostare, le installazioni video e le immagini 3D sui prodotti e la cultura culinaria nostrana funzionano. Sembra una mostra un po’ povera, facile che l’installazione sia incompleta.

Uscire dal percorso consentito è davvero facile, nessuno controlla. Così ci si infila in bagni dove gli specchi non montati lasciano spazio ai muri allo stato grezzo, e in qualche corridoio i cavi penzolano ancora dal soffitto. “Locale tecnico in tensione. Pericolo”, da questa porta non bisogna passare, ma ad avvisare c’è solo un foglio di carta attaccato con lo scotch. I lavori incompleti, in ogni caso, a Palazzo Italia sono stati nascosti quasi del tutto a chi visita la mostra. Non così al padiglione della Lombardia. Se chiedi al governatore Roberto Maroni, dice che è tutto ok e che in esposizione “ci sono pure ologrammi bellissimi”. Ma se entri nel padiglione, gli ologrammi li hanno spenti appena lui se n’è andato: della mostra al piano terra c’è solo un’immagine gigante della piazza di Vigevano sul muro. A intrufolarsi al piano di sopra si scopre invece che qui non è finito nulla: scale in mezzo alla stanza ed espositori vuoti, se non fosse per una bottiglia d’acqua abbandonata. Nemmeno l’ascensore è stato ancora attivato. “Inauguriamo il 3 maggio”, ammettono i ragazzi che dovrebbero accogliere i visitatori che a dire il vero mancano. Che il padiglione della Lombardia fosse indietro si sapeva.

Come lo si sapeva di quello dell’Unione europea, dove è andata ancora peggio: tutto chiuso, di qui non si entra. “Non abbiamo aperto per evitare di aprire solo una piccola parte, come invece ha fatto qualcun altro – spiegano sulla soglia -. Noi apriamo l’8 maggio”. Una settimana di ritardo, insomma. Ma dei ritardi la maggior parte della gente quasi non si accorge, come non fa caso agli operai in caschetto e pettorina che ancora sono in giro. Che cosa piace di più? “Le culture diverse e il cibo”, risponde una ragazza inglese, mentre mostra il gelato confezionato che ha quasi finito. Qualche pecca? “La pioggia arrivata nel pomeriggio”. Non ci voleva. Come non ci volevano gli scontri in centro: “Sono indignato”, dice chi ha già avuto notizia delle auto incendiate.

@gigi_gno