Abbiamo sbirciato nel corposo report annuale Rai, fresco di Pdf, un paio di paginette dedicate a Qualitel. Il classico “toh! chi si rivede!” di qualcuno che si pensava deceduto. Abbiamo resistito alla tentazione di scantonare oltre giusto per scrupolo, sovvenendoci che intorno a quel totem, la qualità, ballano da sempre un mucchio di chiacchiere, e più ne balleranno in tempi di re-indirizzamento della Rai (mercoledì 29 aprile è cominciato al Senato il cammino del Ddl sulla Governance). Il punto è la “qualità” e la sua misurazione, l’ossimoro che Qualitel vorrebbe conciliare e che Auditel invece lascia sussistere, il primo pretendendo che la dimensione non conti, e che degli spettatori più che il numero si dovrebbe registrare il grado di piacere; il secondo, forse più discreto, limitandosi al censimento delle teste.

Un lontano antenato di Qualitel ai tempi del monopolio in bianco e nero si chiamava “Indice di Gradimento”, scomparve con l’arrivo del colore e con il casino della lottizzazione Rai e dell’irruzione della tv commerciale. Per anni fu talmente rimpianto dai laudatori di quei tempi andati che la Rai, per tacitarne le autorevoli lamentazioni, qualche tempo fa ne ha generato il discendente attuale. Senza peraltro sapere cosa in pratica farsene perché in effetti il Qualitel con la televisione c’entra come i cavoli a merenda. Non perché la tv sia una landa senza qualità, ma, al contrario, perché di qualità ce n’è un ampio assortimento, tutt’altro che riconducibile a un indice, tanto meno di Stato. Tutta colpa della relatività, per cui il “mio” concetto di qualità raramente coincide con quello di un altro.

Giusto questa mattina, per fare un esempio, sostando in un piccolo bar a prendere uno sbrigativo caffè, ci siamo trovati presi in mezzo fra il televisore con Mattino Cinque dove ci si strappava i capelli per l’aumento (più o meno reale, più o meno percepito) delle aggressioni nelle case. E c’era chi ne denunciava il nesso con l’immigrazione e chi diceva che non c’entra un tubo. E c’era il banconista che, simile a un vox populi stravisto in mille servizi giornalistici, sbottava “me stanno a fa’ diventa’ razzista”; e due signore habitué che annuivano preoccupate sì, ma già pregustando il pomeriggio con “Uomini e Donne” seguito da “Il Segreto” e dal Pomeriggio sul Cinque” con la certezza di riudire al mezza sera la stessa musica della prima mattina.

Non c’è dubbio che ai nostri occhi nulla avesse a che fare con la qualità meno di quella simbiosi fra populismo televisivo e popolo reale, per cui ingollato il caffè siamo sfrecciati in strada. Ma per quelli restati dentro al bar ciò che a noi faceva orrore era invece la quintessenza di una televisione interessante, che ti parla della vita e dei problemi con cui ti azzuffi tutti i giorni. Ragion per cui mentre noi nelle prossime serate continueremo a vederci Ulisse con Alberto Angela (il top della qualità secondo Qualitel), loro magari verseranno digestive lacrime seguendo C’è posta per te. Ognuno in realtà cercando in televisione l’immagine verso la quale professa il massimo di venerazione: se stesso.