Sorry, i don’t speak english”. Per questa risposta un italiano su quattro è stato scartato ad un colloquio di lavoro. A conferma della tendenza per cui in Italia le lingue straniere si studiano poco e male, con ovvie ripercussioni sulla carriera. Tanto che la stragrande maggioranza della popolazione cerca forme alternative di preparazione, e sarebbe favorevole ad incrementare i finanziamenti statali per l’insegnamento dell’inglese a scuola. Sono i risultati di un sondaggio condotto da Aba English, accademia online specializzata nell’insegnamento dell’inglese, che ha intervistato tre milioni di studenti di varie fasce d’età nel nostro Paese. Nessuna sorpresa, in realtà.

Già una recente indagine di Ef Education First (compagnia internazionale con sede in Svizzera) aveva dimostrato che l’Italia è fanalino di coda in Europa per le lingue straniere: 27esima al mondo con un punteggio di appena 52,80 nell’indice Ef Epi di conoscenza dell’inglese, lontanissima dai quasi 70 punti di Danimarca, Olanda e Svezia; solo la Francia fa peggio di noi nel continente fra i Paesi testati. Adesso arriva un’ulteriore conferma da un altro studio, che si concentra sulle difficoltà lavorative degli italiani a causa della scarsa dimestichezza con l’inglese. È soprattutto a fini professionali, infatti, che gli italiani si mettono sui libri: oltre il 55% degli studenti afferma di studiare l’inglese per lavoro, il 65% lo ritiene un valore aggiunto per il curriculum. Peccato, però, che il basso livello posseduto sia alla base di tante occasioni lavorative perse: il 25% degli intervistati racconta di non essere stato assunto per l’insufficiente conoscenza dell’inglese.

Le difficoltà principali riguardano la comprensione (52%) e la conversazione (40%). Lacune che emergono immediatamente in un colloquio, inutile quindi mentire sulle proprie competenze: quasi nessuno (appena il 14%) lo fa, la paura di essere smascherati è troppo alta. La situazione è comunque in trend positivo rispetto agli anni scorsi. Merito dell’impegno crescente, dovuta alla consapevolezza della necessità di migliorare: il 44% degli intervistati dedica più di tre ore alla settimana allo studio. Non necessariamente sui banchi di scuole o di università, perché da questo punto di vista il nostro Paese non è mai stato all’avanguardia: rispetto al resto del continente, dove l’insegnamento della seconda (e a volta anche della terza) lingua è prassi comune, in Italia l’inglese è stato introdotto fra le materie d’obbligo solo nel 1990; e solo dal 2013 si è passati alla metodologia Clil (Content and language integrated learning), che prevede l’insegnamento di una disciplina direttamente in lingua straniera.

Attualmente questa tecnica è in uso nella classe quinta dei licei e degli istituti tecnici, presto potrebbe essere estesa anche alla scuola primaria e secondaria di primo grado. Uno degli obiettivi dichiarati della riforma della scuola del ministro Giannini, infatti, è il potenziare l’insegnamento dell’inglese. Per farlo, però, bisognerà trovare soprattutto le risorse. Ma almeno su questo non dovrebbero esserci proteste: secondo il sondaggio di Aba English, l’85% è a favore del sovvenzionamento di questi corsi. Per essere all’altezza del resto d’Europa. E magari anche per trovare lavoro.

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