“Tutti hanno guardato di fronte a sé, come se tutti avessero accettato il loro destino“. Ha parlato così Charles Burrows, uno dei pastori cristiani che al quotidiano australiano “The Age” hanno raccontato che gli otto trafficanti di droga giustiziati la scorsa notte in Indonesia hanno affrontato il plotone di esecuzione a occhi scoperti, cantando assieme brani ispirati alla fede cristiana.

La fucilazione di un indonesiano, due cittadini australiani, un brasiliano, tre nigeriani e un ghanese sta avendo forti ripercussioni sulle relazioni diplomatiche tra i paesi coinvolti nel caso. Il primo ministro australiano Tony Abbott ha richiamato il suo ambasciatore per “consulazioni” dopo le esecuzioni degli australiani Myuran Sukumaran e Andrew Chan – secondo il premier “pienamente riabilitati mentre erano in prigione” – nel penitenziario di Nusakkambagan. Da Canberra ha dichiarato: “Rispettiamo la sovranità dell’Indonesia ma condanniamo quello che è stato fatto”.  Il premier ha parlato di “esecuzioni crudeli e inutili” e ha annunciato “un momento buio” nelle relazioni fra i due paesi: “Deploriamo ciò che è stato fatto e questo non può essere semplicemente ‘business as usual’ (tutto come al solito). Voglio sottolineare – ha aggiunto Abbott – che la relazione fra Australia e Indonesia è molto importante, ma ha sofferto come risultato di ciò che è stato fatto nelle ultime ore”. È la prima volta che l’Australia ritira il suo ambasciatore dall’Indonesia e una tale misura non era mai stata presa in caso di condanna a morte di un concittadino su suolo straniero.

Anche il governo brasiliano ha protestato per la fucilazione del suo cittadino, Rodrigo Goularte, che risulta soffrisse di schizofrenia paranoide. La presidente Dilma Rousseff ha manifestato la sua “profonda costernazione” per l’esecuzione, considerata “un fatto grave” nelle relazioni bilaterali. In una nota ufficiale viene spiegato che Rousseff ha inviato varie lettere al governo di Giacarta chiedendo che la pena fosse commutata, vista la malattia mentale diagnosticata all’uomo, ma sono state tutte ignorate. “Purtroppo – si legge nella nota – le autorità indonesiane sono state insensibili di fronte a questi appelli di carattere essenzialmente umanitario”. A gennaio sorso un altro brasiliano, Marco Archer Cardoso Moreira, era morto con le stesse modalità in Indonesia.

Anche la Francia si è espressa negativamente nei confronti dell’esecuzione indonesiana, dichiarandosi “solidale” con i Paesi di cui erano originarie le persone condannate. Il portavoce del ministero degli Esteri ha evidenziato “l’opposizione della Francia alla pena di morte in qualsiasi luogo e in qualsiasi circostanza”. Il francese Serge Atlaoui – che si è sempre dichiarato innocente – avrebbe dovuto far parte della lista dei fucilati, ma la sua esecuzione è stata rinviata all’ultimo momento per un ricorso amministrativo e il governo francese sta facendo forti pressioni diplomatiche affinché la condanna a morte non sia eseguita.

Amnesty International ha lamentato “un completo disinteresse per il giusto processo e la salvaguardia dei diritti umani“.  “Queste esecuzioni – ha commentato Rupert Abbott, direttore di Amnesty per il Sudest asiatico e il Pacifico – sono quanto mai riprovevoli. Sono state effettuate con totale disprezzo per le misure di salvaguardia riconosciute a livello internazionale sull’uso della pena di morte”. Amnesty ha spiegato che almeno due appelli presentati dai condannati erano stati accettati dal tribunale e la richiesta di clemenza di tutti era stata considerata ma poi respinta, minando il diritto a chiedere la grazia o la commutazione della pena. Da inizio 2015 le esecuzioni sono già state quattordici e il governo ne ha già annunciato delle altre. Abbott ha denunciato delle irregolarità precedenti alle fucilazioni: “La pena di morte è sempre una violazione dei diritti umani, ma ci sono alcuni fattori che rendono queste esecuzioni ancora più inquietanti. Alcuni dei prigionieri hanno riferito di non aver avuto accesso ad avvocati e interpreti competenti durante l’arresto e il processo”. E a proposito della condanna a morte del cittadino brasiliano ha aggiunto: “Il diritto internazionale vieta chiaramente l’uso della pena di morte nei confronti di persone affette da disabilità mentale”.