Qualcuno dice che è possibile capire il mestiere svolto da una persona guardando il suo aspetto. Si tratta di una regola, se così possiamo definirla, senza fondamento scientifico. Eppure basta osservare Ginevra Bompiani, donna esile, dal portamento regale, e ascoltare il suo interloquire colto e raffinato per capire che il destino della sua vita era la letteratura. Anche se, ancora ventenne, mollò il lavoro offertole dal padre Valentino nella casa editrice da lui fondata (“all’epoca arrivò anche Umberto Eco, mi sentivo ignorante”) e fuggì a Parigi per studiare Psicologia. Dopo la laurea il rientro in Italia, per tornare sui suoi passi con la creazione della collana Pesanervi proprio per la Bompiani. Nel 2002 l’idea di fondare Nottetempo, insieme a Roberta Einaudi, nipote di Giulio Einaudi. Nato come un gioco questo progetto di resistenza – pubblicare solo libri di qualità – si è trasformato alla fine in un lavoro a tempo pieno. Che ha portato a grandi soddisfazioni, come la scoperta di Milena Agus, ma anche a rimpianti, quando il manoscritto di uno sconosciuto Paolo Giordano passò inosservato per poi vincere il Premio Strega con Mondadori.

Nottetempo nasce nel 2002, con l’idea di pubblicare libri di qualità ma anche leggibili. Tredici anni dopo questa nobile strategia regge ancora?
Il progetto nottetempo non è economicamente conveniente, ma più che mai siamo decisi a portare avanti le nostre idee. Sono la nostra identità. Qualcuno dovrà pure insistere sulla qualità dei libri, altrimenti ci sarebbero supermercati ovunque.

Il mercato editoriale è ancora in crisi. Negli ultimi due anni sono diminuite le copie vendute e sono calati anche i prezzi di copertina. Gli ebook producono fatturati ancora modesti. Lei li ha definiti dei “nuovi fantasmi”. Non c’è il pericolo che questi fantasmi mettano definitivamente in fuga il libro di carta?
Questi nuovi fantasmi sono libri, quindi sono da amare. Cambia solo il supporto. Anzi, è un peccato che gli ebook siano cosi uguali ai libri tradizionali. Dovrebbero essere più ricchi, con un apparato critico e illustrativo maggiore. Io amo molto la carta, ma la carta distrugge le foreste. No, questi cambiamenti non mi fanno paura. Se all’improvviso ci saranno solo fantasmi, impareremo a non esserne spaventati.

Pochi in Italia leggono, ma in tantissimi vogliono diventare scrittori. Ne è testimonianza l’abbondante successo del self-publishing e dei blog personali. Perché succede questo?
Perché il narcisismo è garantito dalla figura dello scrittore, non da quella del lettore, che è una figura solitaria e interiore. Lo scrittore immagina sempre nella sua testa di essere pubblicato. Ed è giusto così, ma non ci si può alzare la mattina e decidere di diventare scrittore solo per ottenere visibilità. La scrittura, quella vera, richiede maestria, impegno e dedizione.

Insomma, per citarla, “Il fatto che muoia una zia non ti obbliga a scriverne un libro”?
Oggi tutti vogliono scrivere per rendere pubblico un dolore privato. Come se non fossimo più capaci di reggere da soli le nostre emozioni.

Tra l’altro, gran parte dei libri autopubblicati sono di scarsa qualità. Poi però succede che molti editori taglino troppo i costi, e il risultato, anche in questo caso, sono libri mediocri. La gente se ne accorge e magari finisce per comprare un libro autopubblicato, perché costa tre volte meno.
La logica commerciale purtroppo sta avendo il sopravvento. Noi, come gran parte degli editori indipendenti di qualità, non la seguiamo perché vogliamo mantenere alto il livello del prodotto. Piuttosto per risparmiare cambiamo sede, che è quello che abbiamo fatto.

Il self-publishing è anche una diretta conseguenza del fatto che per un esordiente la pubblicazione con un editore “vero” non a pagamento è una probabilità che fluttua dall’improbabile all’impossibile. Non bisognerebbe dedicare maggiore attenzione allo scouting?
Ma noi continuiamo a farlo. Riceviamo valanghe di manoscritti e cerchiamo di leggerli tutti. Certo, quelli che arrivano alla pubblicazione sono pochissimi.

A proposito di scouting. Anni fa, in casa editrice arrivò un manoscritto intitolato Dentro e fuori dall’acqua. Era di un giovane sconosciuto che di nome faceva Paolo Giordano. Finì nelle mani sbagliate e passò inosservato. Di lì a poco sarebbe arrivato anche in Mondadori, che ne avrebbe cambiato il titolo in La solitudine dei numeri primi. Il resto è storia.
Il libro finì nelle mani di una collaboratrice, che lo scartò senza neanche portarlo in casa editrice. Io, purtroppo, non lo vidi mai. Bastava leggere solo l’inizio per capire che era un ottimo libro. Di certo, quando anche lo avessimo pubblicato noi, non avremmo mai vinto lo Strega.

Un commento sugli editori a pagamento.
Svolgono un’attività che non merita neanche di essere definita.

Cosa ne pensa dei talent show televisivi sulla scrittura? Il vincitore di Masterpiece ha avuto come premio 100mila copie pubblicate proprio da Bompiani.
Un’idea pessima, grottesca e vergognosa. Masterpiece è un prodotto nocivo, è tutto tranne che letteratura e cultura. Poi capisco che Bompiani si accontenti di vendere qualche migliaio di copie di una cosa qualunque. Non è una critica all’editore la mia, giustifico la scelta commerciale. Ma non quella letteraria. Il libro non mi è piaciuto e mi dispiace che la casa editrice che porta il nome di mio padre l’abbia pubblicato.

E dei grandi editori che vogliono incorporare altri grandi editori?
Una cosa che mi addolora moltissimo, anche perché c’è di mezzo la casa editrice fondata da mio padre. Con queste operazioni si va al di là delle ragioni commerciali che portano grandi gruppi a inglobare altri grandi gruppi, come succede all’estero. In Italia c’è invece una precisa volontà di creare un’egemonia politico-culturale. Uno Stato che avesse a cura la cultura dovrebbe opporsi a queste operazioni che porteranno alla fine dell’editoria, quantomeno a quella di scelta.

È colpa anche di Amazon?
Amazon è un’impresa efficiente ma a cui non importa nulla di cultura. Pubblica e vende enormi quantità di libri solo per sbaragliare la concorrenza. Ma in realtà sbaraglierà la cultura. I grandi gruppi editoriali lo temono, e quindi si aggregano. Noi invece siamo pesci piccoli e riusciamo a passare attraverso le maglie della rete.

Lei fa parte degli Amici della domenica. Cosa ne pensa delle nuove regole del Premio Strega che prevedono la presenza di almeno un libro di un editore medio-piccolo nella cinquina finale, ma che lo obbligano a inviare 500 copie gratuite alla giuria? Le reazioni dei diretti interessati sono state furiose.
Che il Premio cerchi di cambiare è una cosa di cui siamo tutti contenti e credo che sia la conseguenza anche dell’idea di far nascere prossimamente un nuovo premio letterario per editori indipendenti. Detto ciò, sono d’accordo con le critiche dei colleghi. Per un piccolo editore partecipare al Premio è diventata una rovina. Le copie, in realtà, sono più di 500. Dovrebbero esserci pagate almeno al prezzo di stampa, invece neanche quello. Copie gratis, visibilità minima, senza contare che un piccolo editore oltre il quinto posto non può arrivare. Ma scherziamo? Noi quest’anno non partecipiamo e non parteciperemo finché le cose non cambieranno.