È un’amicizia antica, una storia d’amore degna dei versi del Cantico dei Cantici, quella che lega le nostre terre alla pianta dell’ulivo, silenzioso testimone della lunga storia delle civiltà che si sono avvicendate sulle sponde del Mediterraneo. C’erano, mentre nella Bari normanna si edificava la basilica che avrebbe accolto le spoglie del Santo di Mira, che riunisce oggi i fratelli cattolici e ortodossi. In quella costruzione romanica di pietra calcarea bianchissima confluirono, come in un crocevia stilistico, influenze bizantine, longobarde e arabe. Nella cripta il vescovo Elia preparò il Concilio di Bari, nel 1098. C’erano loro, gli ulivi, mentre si complicavano gli intrecci della nostra storia, fatta di invasioni e slittamenti di equilibri di convivenza; tra gli infiniti ponti visibili e invisibili che legano i popoli di questo Mare, ci sono da sempre queste generose piante, in perpetuo cammino verso la luce.

Non paia strano, dunque, se qualcuno le ami fino a soffrire, anche per una sola eradicazione.

Quelle radici sono le nostre radici. Il vento, tra quelle fronde verdi, porta l’eco delle parole dei grandi filosofi e fonde insieme le lingue diverse dei Normanni e dei Saraceni, degli Svevi e degli Aragonesi, che le nostre terre hanno popolato, fino all’enigmatico canto notturno della civetta di Minerva. Radici, come quelle degli ulivi selvatici che popolano luoghi paradisiaci come il Parco naturale di Porto Selvaggio, a Nardò. Lì le fronde gentili di ulivi, tuttora rigogliosi, danno il benvenuto ai visitatori, anni luce dal clamore dei media. C’erano gli ulivi anche quando veniva assassinata Renata Fonte, la donna che lottava per la difesa di quel Parco, oggi intitolato a lei. Saranno davvero civili, le nostre genti, quando non occorreranno i vincoli di un piano regolatore per proteggere le nostre risorse naturali dall’egoismo e dalle logiche gelide del profitto.

Non un verde qualunque, quello degli ulivi, ma il colore cangiante che esprime la cifra cromatica delle nostre campagne, in dialogo perpetuo con la luce e le nuvole, nelle contorsioni infinite dei loro tronchi rugosi. La leggenda narra che, dopo aver assistito all’agonia del Getsemani, gli ulivi, a seguito della decisione dei romani di usare il loro legno per il patibolo della croce, decisero di contorcersi fino al punto di render vano lo scellerato progetto. Gli ulivi uniscono e rendono fratelli i popoli del Mediterraneo, simbolo concreto di pace e di ricchezza. Ero alla festa nazionale del popolo greco, a Brindisi, il 25 marzo, in una sala affollata e, tra i tanti temi, si toccò quello dell’emergenza del complesso da disseccamento rapido che purtroppo affligge, in questi giorni, la sacra pianta dell’Ulivo, tratto d’unione tra i nostri popoli, ornamento e sostanza per le nostre terre, nelle diverse declinazioni territoriali di acidità dell’olio extravergine.

Il piano di emergenza predisposto per fronteggiare l’emergenza prevede l’abbattimento di migliaia di piante, anche nei vivai. I tecnici comunitari parlano di un possibile Fondo straordinario delle emergenze. I vivaisti sono riusciti a fermare, le misure di abbattimento degli ulivi, vincendo un ricorso presso il Tar del Lazio. (Chiara Spagnolo il 25 aprile 2015 su Repubblica). I giornali parlano di un piano che potrebbe prevedere l’estirpazione di ulivi malati e delle piante presenti nel raggio di 100 m. Le istituzioni regionali pugliesi e le associazioni che rappresentano gli olivicoltori parlano di una “possibile ecatombe” per i nostri ulivi (Giorgio dell’Orefice su Il Sole 24 Ore del 25 aprile).

La situazione ha dei contorni ancora poco chiari a chi, come noi, cerca di capire qualcosa: da un lato ci sono le istituzioni che, tramite il Piano regionale per l’emergenza fitosanitaria, propongono un piano di eradicazioni per frenare un contagio di tipo pestilenziale, dall’altro agronomi, esperti e associazioni ambientaliste che negano l’utilità del piano, sostenendo che le “buone pratiche” potrebbero salvare molte piante, e che le eradicazioni comunque non basterebbero a fermare il batterio Xylella e il suo insetto vettore.

Sorgono spontanee delle domande: cosa succederebbe ai vivaisti dopo un eventuale abbattimento di centinaia di piante di varie specie?

Il documento Efsa ha valutato il rischio connesso alla diffusione della “pestilenza”, e i tecnici Ue ipotizzano misure a sostegno di agricoltori e vivaisti, ma come mai non sono state previste, su base nazionale, tempestive misure come l’esenzione dal pagamento dell’Imu agricola – almeno – per gli agricoltori colpiti o rimborsi per i vivaisti interessati, ai quali si chiede di abbattere ben 16 specie? Inutile nascondersi che si rischia di assestare un colpo ulteriore a un settore già soggetto a vari problemi come l’agguerrita concorrenza straniera e il calo della produzione degli ultimi anni. La produzione di olio di oliva è crollata in misura drammatica rispetto nel 2014 per circa il 30-40% nella gran parte delle regioni italiane, rispetto al 2013.