Quando le cinque ore di Camera di Consiglio produssero come risultato la sua piena assoluzione nel processo di Appello, Nichi Vendola dichiarò finito “un calvario lungo cinque anni”. Cinque anni di indagini, per l’accusa di aver favorito la nomina di un primario all’ospedale San Paolo di Bari, di strali incrociati con il Pubblico ministero a capo dell’inchiesta. Cinque anni e qualche mese dopo, la vita di quel magistrato e del governatore tornano ad incrociarsi. Desirée Digeronimo, nota come il magistrato che ha indagato Vendola, guiderà la lista civica “La Puglia con Emiliano”. Condividerà con il governatore uscente, in buona sostanza, la stessa coalizione. La notizia esplode come una bomba proprio nel giorno in cui Michele Emiliano e Nichi Vendola, dopo mesi di stilettate a distanza, tornano ad abbracciarsi in pubblico, durante la convention di presentazione delle liste di Noi a Sinistra per la Puglia, contenitore che racchiude buona parte degli eredi di Sel e degli scontenti del Pd (come Gugliemo Minervini, assessore uscente).

“Una sgrammaticatura pesante che merita pietas”, questo il lapidario commento di Nichi Vendola che fa ben intendere quale sia il clima nella già fibrillante coalizione di centrosinistra. E nel giorno della ufficializzazione della candidatura, Emiliano e la Digeronimo si presentano insieme. Il primo più cauto del solito, pesa ogni singola parola per evitare scivoloni: “La democrazia consente a ciascuno di dare il giudizio che gli pare – dice in risposta alle parole di Vendola – rispondo io per lei e mi faccio il segno della croce”. Ma ‘lei’ non vuole “tutori” e chiarisce: “Credo di non dover dare risposte, io ho fatto il mio lavoro, l’ho fatto con altri due magistrati. I processi appartengono al passato, ho fatto il magistrato e ho fatto il mio lavoro”. Quella vicenda, però, in Puglia fece tremare i palazzi della politica e della giustizia. Non solo per il processo in sé, quanto per lo scambio di missive che in quel periodo infuocò il dibattito.

La prima è datata 2009, il mittente è il governatore Nichi Vendola, il destinatario è proprio la pm, rea secondo il primo di non essersi “astenuta dall’indagine nonostante la sua rete di amicizie e parentele” che potevano minarne l’obiettività. “La sua indagine dottoressa Digeronimo – scriveva Vendola – sta diventando, suo malgrado, lo strumento di una campagna politica e mediatica che mira a colpire la mia persona pur non essendo io accusato di nulla”. Tre anni, e un processo di primo grado, dopo è la Digeronimo assieme al collega Bretone a presentare un esposto, questa volta al Procuratore generale della Dia Cataldo Motta e al Procuratore di Bari contro il giudice Susanna De Felice che, nell’ottobre 2012, aveva assolto in primo grado Vendola. L’esposto in questione denunciava l’amicizia tra la De Felice e Patrizia Vendola, sorella del presidente della Regione.

Il polverone diventa tale da indurre 26 pm della Procura di Bari a chiedere il trasferimento della Digeronimo, lei stessa, d’altra parte, aveva avanzato la medesima richiesta alla Procura di Roma. È il 2013, la pm viene trasferita come richiesto, ma di lì a poco torna a Bari per candidarsi a sindaco della città. Questa volta, però, contro il delfino di Emiliano, Antonio Decaro che poi le elezioni le vince. Il magistrato non supera la soglia del 3%, ma ottiene ugualmente un seggio entrando in Consiglio comunale. Per poco. Perché il primo dei non eletti nella lista “Schittulli” di centrodestra, ricorre al Tar e ha ragione, riprendendosi il seggio ed escludendo la pm dal Comune.

Inutile il ricorso al Consiglio di Stato, per la Digenorimo si chiudono le porte della politica. Fino ad oggi, almeno. Ma perché la scelta di allearsi con chi un anno fa ha combattuto? “Siamo amici da tanto, intravedo il Michele Emiliano del 2004. La mia è una scelta coerente – tiene a dire la Digeronimo – condivido programmi e progetti. Guardo ai contenuti non alle beghe di partito. E comunque – conclude – Emiliano ha un bel coraggio a candidarmi perché sa che non gli darò tregua finché non avrà trasformato le indennità in indennizzi e non avrà buttato fuori la politica dalla sanità”.