Torna questa sera, alle 21:15  per l’ultima puntata su Rai5,“L’arte secondo Dario Fo”, stavolta dedicata al Duomo di Modena. 

L’ultima puntata delle storie dedicate ai grandi pittori e scultori che hanno dato lustro alla nostra cultura è quella che tratta di Wiligelmo, un artista padano dell’XI secolo che probabilmente aveva origini longobarde (infatti, nella lingua germanica, viene chiamato Wiligelmus).

Egli ha eseguito bassorilievi in gran numero per il duomo di Modena; fra questi, le tavole in pietra che raccontano della Genesi, cioè a dire in particolare della nascita di Adamo ed Eva e quindi del dialogo fra i due figli del creatore e dio stesso. Il tutto è esposto sulla facciata e sulle fiancate del tempio, per cui da sempre la cattedrale della città è chiamata il libro di pietra.

Scopriamo che il committente di questo monumento non è come al solito un re, un imperatore o un pontefice, ma il popolo stesso della città: sono gli abitanti di Modena, compresi i minori – che, approfittando di un lungo momento di assenza totale dei reggenti della città, occupati a farsi guerra – decidono di fare da sé e innanzitutto di scegliere a chi affidare il progetto e la messa in opera di un nuovo tempio completamente pensato e concepito dall’intera popolazione modenese.

L’esecuzione dell’opera viene affidata a un architetto di nome Lanfranco e a Wiligelmo, con tutta la sua équipe di scultori.

La prima grande innovazione rispetto alle chiese erette intorno all’XI secolo è la cancellazione dei matronei, cioè degli spazi laterali in cui venivano relegate le femmine, che così assistevano ai riti nascoste dietro lunghe grate che mortificavano la loro presenza. Nella nuova chiesa le donne avevano il diritto di entrare nelle navate insieme ai loro uomini e assistevano ai riti proprio con la dignità di esseri umani. I temi svolti attraverso i bassorilievi erano scelti dagli scultori e dall’architetto in seguito a un dibattito pubblico al quale partecipavano, oltre ai rappresentanti eletti della città, finalmente anche le donne e perfino i cittadini di basso rango.

L’innocenza dell’Eden e le domande sotto gli alberi

Un’altra variante molto significativa rispetto alla tradizione è quella che vede per la prima volta i bassorilievi che commentano passi della Bibbia esposti sulla facciata del duomo. La sequenza di queste immagini ha inizio con la presentazione dei due primi esseri umani che appaiono scolpiti nel marmo ignudi e privi di ogni orpello che alluda alla sessualità: Eva non ha seni e Adamo è senza attributi.

Una geniale studiosa, Chiara Frugoni, ci spiega che questa mancanza di connotati sessuali indica l’innocenza dei due nostri progenitori nell’Eden, ma ancora è evidente che quell’innocenza impedisce loro di amarsi totalmente e di procreare. Dio presenta alle sue due creature l’Eden con gli animali che lo abitano e gli alberi con frutti succosi: “Tutto questo è creato per voi, ma vi voglio indicare in particolare questi due stupendi alberi, fra i quali dovrete scegliere i frutti di uno solo di loro. Il frutto del primo albero, che vi consiglio di cogliere, vi renderà eterni come gli angeli, non soffrirete né fame, né sete, né avrete altri appetiti. E, ribadisco, voi non cesserete mai di vivere, perché sarete eterni.

Ma c’è un secondo albero che non vi consiglio di prendere in considerazione: mangiate pur ogni frutto del giardino, ma non proveniente da quella seconda pianta, che è l’albero della conoscenza, del bene e del male, giacché dal suo frutto potrete morire”. Di certo c’è da immaginare che entrambi i due figlioli chiedano al loro padre altre informazioni: “Cosa vuol dire conoscenza?”

E il signore risponde: “Significa che, fatta questa scelta, nascerà in voi un costante desiderio di sapere e conoscere l’origine e il valore di ogni oggetto o sentimento che incontrerete”. Inoltre vi fiorirà nel cervello e nel corpo tutto il desiderio di amarvi e di procreare altre creature come voi.

Ed Eva si pensa abbia domandato: “Quindi, grazie al prodursi della nostra specie, noi di fatto diverremo immortali?”

“In un certo modo sì, ma tutto ciò porterà te, femmina, a soffrire immensamente nel partorire ogni creatura, e di ogni scelta dovrete prendervi la responsabilità, anche se dolorosa e sgradita”

“E tutto ciò – chiede Adamo – sarà valutato dalla nostra coscienza, quindi dalla facoltà di scegliere e pensare?”

“Certo, ma attenti, ogni nuovo pensiero vi potrà creare dolore insieme alla gioia dell’imprevedibile. Ma, ripeto, vi consiglio di non toccare il frutto proibito”.

E invece ecco che nella sequenza successiva, un nuovo bassorilievo racconta di Adamo ed Eva che si cibano di quel frutto dalle conseguenze sconosciute e scoprono il piacere della scelta e dell’inimmaginabile unito al fantastico; le due creature vengono a conoscere perfino il desiderio della sessualità e la magia dell’amore.

La cacciata, il lavoro, la casa del Signore e il perdono

Ma ecco che appare all’istante il creatore che mostra un’indignazione mista a rabbia che lo fa urlare verso un arcangelo: “Cacciali entrambi fuori dal paradiso! Essi hanno voluto contraddirmi, fare di testa loro, disprezzando perfino l’offerta di essere eterni”. E tutto per il solo sfizio di prendersi la responsabilità di ogni pensiero nato dalla loro fantasia.

Eccoli ora i due figli del mal seme che, abbigliati con vesti rozze dei villani, faticano battendo con la zappa il terreno. Seminano grano e frumento con fatica e sudore e con enorme stupore e paura scoprono il fuoco ma soprattutto trovano il modo di attizzarlo di nuovo. Si rendono conto della forza straordinaria del vento che fa roteare le pale dei mulini e appresso inventano la ruota per i carri; imparano a costruirsi case e barche per muoversi nelle acque dei fiumi e del mare.

Di lassù, Dio guarda sempre fra le nubi il progredire degli uomini, e quando scopre che i figli d’Adamo costruiscono grandi templi e li chiamano casa del signore, una lacrima scende dai suoi occhi, seguita da altre lacrime in quantità. Gli uomini di sotto raccolgono quella pioggia che si è trasformata in neve ed esclamano: “Dio forse ci ha perdonati. Alleluia!”.

Il Fatto Quotidiano, 26 aprile 2015