Oltre ad aver dato alle persone l’illusione di socialità e di reale condivisione e ad aver permesso a chiunque di crearsi un mondo e una dimensione alternativa alla propria realtà quotidiana, i social network hanno via via evidenziato una triste, quanto radicata “rabbia sociale” insita nell’animo umano. Secondo l’undicesimo Rapporto Censis/Ucsi sulla Comunicazione risalente al l’ottobre 2013,  il 44,3% della popolazione italiana è iscritta a Facebook e il 69,8% sul totale delle persone che hanno accesso ad Internet in Italia è iscritta a Facebook; il 15,2% degli utenti utilizza Twitter.

L’idea di avere un profilo personale, la facilità con cui lo si può gestire e modificare a proprio piacimento, la potenza che la Rete conferisce ad ogni pubblicazione di foto, ad ogni commento ha generato una sorta di “delirio di onniscienza“. Tutti credono di sapere tutto, formulano teorie su qualsiasi argomento, spesso senza nemmeno verificare l’effettiva autenticità delle notizie che commentano o semplicemente la loro completezza; ci si trova di fronte ad una superficialità dilagante che assume tratti sempre più aggressivi: come se tutta la rabbia accumulata, ma repressa nella vita quotidiana, venisse vomitata attraverso i social, i quali diventano l’unico sfogo possibile, l’unico modo per avere l’impressione di contare qualcosa.

L’episodio recente dell’attrice Tea Falco, per esempio è una chiara dimostrazione di tutto questo. Ho conosciuto questa particolarissima attrice grazie all’ultimo film di Bertolucci “Io e te” e devo ammettere di essere rimasta colpita dal suo fascino e dalla sua aura misteriosa. D’accordo, non impazzisco per il suo modo di recitare, ma ho trovato tutta questa polemica abbastanza sterile e anche eccessiva. Provate a pensare a quante volte siete andati a vedere un amico che recitava a teatro o al cinema e a quante volte avete mentito, fingendo che vi sia piaciuta la sua interpretazione o lo spettacolo al quale avete assistito; lo avete fatto per non ferirlo o forse solamente perché era lì, davanti a voi e non avete avuto il coraggio di esprimere la vostra opinione. Io potrei scommettere qualsiasi cifra che, se vi capitasse di incontrare Tea Falco per la strada o ad una festa le fareste mille complimenti, cerchereste di apparire simpatici ai suoi occhi; avreste l’occasione di vomitarle addosso tutto lo sdegno che avete messo dentro il vostro ultimo commento su Facebook o nel vostro tweet, ma quanti di voi lo farebbero veramente?

Quanti di voi si ribellano davvero ogni giorno per le ingiustizie che ricevono? Non attraverso un commento confezionato ad hoc su un social network, ma nella vita reale, quella che vivete davvero ogni mattina quando vi alzate, quella in cui dovete essere voi stessi, non un nome su un profilo di Facebook. Lo stesso ragionamento potrebbe essere applicato a quella vagonata di commenti e insulti a sfondo razzista che hanno affollato e insozzato i social network dopo il naufragio dei 700 migranti nel Canale di Sicilia. Basterebbe solo pensare a vostra madre, a vostro fratello o a vostro padre su quel barcone che si sbraccia per chiedere aiuto, ma il suo grido finirà sommerso da litri d’acqua gelata, soffocato per sempre. Esercizio da ripetersi tutte le volte che sentite l’esigenza di augurare la morte a qualcuno o semplicemente la sua infelicità. In quelle poche righe scritte al volo mentre siete in ufficio ad annoiarvi, non c’è il vostro sdegno reale, ma solo un delirio fine a sé stesso, in cui l’unica vera speranza è quella di avere il maggior numero di like o almeno un numero superiore a quello del giorno prima, salvo poi chinare la testa davanti al capo che vi costringe a lavorare oltre l’orario consentito, sottopagati e sviliti, perché incazzarsi davvero non è divertente come farlo attraverso una tastiera.

Incazzarsi davvero significa metterci la faccia, significa rischiare. Rischiare come chi decide di interpretare un personaggio difficile e controverso, mettendosi in gioco comunque; rischiare come chi decide di fuggire via dalla propria terra, nella quale ha perso tutto, imbarcandosi nella notte scura con il terrore nel cuore di non arrivare mai a vedere il sole del mattino.