Vogliono la verità e un corpo su cui piangere. Sanno solo che Giovanni è stato colpito per errore da un drone degli Stati Uniti programmato per dare la caccia ai terroristi di Al Qaeda. Ora i famigliari di Giovanni Lo Porto, il cooperante italiano rapito in Pakistan nel 2012 e rimasto ucciso in un raid americano a gennaio scorso, chiedono di sapere cosa è successo davvero. “Vogliamo la verità su quello che è successo – è il grido di dolore lanciato da Giuseppe, uno dei fratelli del volontario originario di Palermo – qualcuno dovrà darci delle spiegazioni. Gli Usa hanno sbagliato, ma non se ne possono uscire con delle scuse. Vogliamo conoscere la verità e sapere cosa è successo veramente”. Ma la verità non basta: “Sono passati tre mesi dal raid americano, non so come sarà il corpo di mio fratello, se esista ancora. Qualsiasi cosa sia rimasta, anche un occhio, noi ne chiediamo la restituzione”.

Tre mesi. Il raid che ha ucciso Lo Porto è avvenuto a gennaio, hanno spiegato le autorità di Washington, ma la notizia è arrivata solo pochi giorni fa. La domanda non trova ancora risposta: per quale motivo gli Usa hanno aspettato tutto questo tempo? “Non sappiamo cosa sia successo laggiù – continua Giuseppe – gli Stati Uniti forse hanno aspettato una conferma per dare la notizia e poi l’hanno divulgata. Qualcosa sarà andato male, di certo se Obama, il presidente della potenza mondiale per eccellenza, ha chiesto scusa, qualcosa sarà andato storto. A noi, però, restano solo le scuse. Se gli Stati Uniti non attaccavano, mio fratello non sarebbe morto. Non sono stati i talebani ad ucciderlo, ma gli americani altrimenti Obama non avrebbe chiesto scusa”.

Tra il presidente degli Stati Uniti e Matteo Renzi, Giuseppe sceglie il secondo: “Credo sia vero che Renzi non sapesse nulla, anzi ne sono convinto…”. “Penso che il governo prenderà come missione quella di riportare il corpo di mio fratello – prosegue – in questi anni, siamo stati sempre in contatto quotidiano con la Farnesina: 365 giorni all’anno per tre anni, ci hanno sempre chiamato sia a me che a mia madre”.

Nella casa della madre, Giusy Felice, in via Pecori Giraldi, nel quartiere Brancaccio, alla periferia di Palermo, c’è anche il fratello Nino. E anche oggi è stato un via vai di amici di famiglia. Mamma Giusy è affranta, chiusa nel suo dolore, in silenzio. Giuseppe, invece, parla del fratello col piglio di chi ha la certezza nel cuore che si trattava di “una persona speciale. La sua vita era la cooperazione. Ha girato il mondo, amava viaggiare, lo faceva per lavoro e quando poteva anche per svago. Viaggiare era la sua passione. E’ stato in Sud Africa, in Afghanistan per lavoro”. “Amava il Pakistan più di ogni altro luogo – dice ancora Giuseppe, secondo di cinque fratelli – Giancarlo, come lo chiamavamo noi, lavorava per una Ong tedesca con contratti annuali, per scelta. Aveva deciso così, questo gli consentiva di stare in un posto per un periodo determinato e continuare a spostarsi. A Palermo tornava ogni 4-5 mesi. Stava qualche giorno e poi ripartiva”.

Ora le telecamere e i giornalisti suonano al campanello, vogliono sapere di Giovanni, vogliono parlare con i famigliari. Ma “è una questione di giorni – dice Giuseppe – poi i riflettori su di noi si spegneranno… si dimenticheranno tutto… La vita va avanti, il dolore per la perdita di Giovanni resterà alla famiglia, e a mia madre”.

E poi quell’aula della Camera quasi vuota: solo una quarantina i deputati ad ascoltare le comunicazioni del ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, sull’accaduto, tutti gli altri erano già partiti per il fine settimana. L’ennesimo affronto, l’ennesimo dolore: “Al di là del fatto che sono il fratello di Giovanni, da cittadino italiano posso solo dire che è stato vergognoso assistere a un’aula del Parlamento semivuota, con appena 40 persone che litigavano tra loro. Mi vergogno di essere italiano”, è lo sfogo di Lo Porto, che aggiunge: “Le polemiche le fanno tra loro solo per questioni di potere. In tv litigano, alla Camera litigano, dovrebbero dare l’esempio. All’estero che immagine diamo di questo Paese? Facciamo ridere“.