Siamo un milione e settecentomila” sentenziò, all’indomani delle ultime elezioni municipali cubane, una voce che proveniva dal più profondo degli inferi. Ed altre subito le fecero eco, riportando una cifra in apparenza assai più modesta ma, per molti aspetti, ancor più inaudita: 422. La voce in questione apparteneva, ovviamente, alla ‘blogueraYoani Sánchez, ormai da molti anni tormentoso incubo del castrismo d’ogni latitudine. E quei due numeri, tra loro tanto apparentemente lontani, altro non erano che i risultati (gli unici due non del tutto scontati, in effetti) usciti domenica scorsa dalle urne. Più esattamente: il numero totale dei ‘non votanti’ (astensioni, schede bianche e schede nulle). Ed il numero dei ‘voti contro’ per l’occasione raccolti dagli unici due candidati che in due diverse circoscrizioni – una nella zona del Vedado all’Avana e l’altra a Santa Amalia, un popolare quartiere periferico della capitale – hanno rappresentato l’opposizione.

Quale delle due cifre più giustifica l’ottimismo col quale la diabolica Yoani le ha accolte e riportate? O meglio: quale delle due meglio rivela – se davvero ne esiste alcuno – i segni d’un possibile ‘cambiamento democratico’ in questa Cuba che, finalmente riaperto il dialogo con gli Usa, va ora a piccoli passi uscendo dalla logica della Guerra Fredda? Tutte e due e nessuna delle due. Perché entrambe contengono, a conti fatti, elementi nuovi ed interessanti. E perché, in entrambi i casi, questi elementi potrebbero presto rivelarsi totalmente illusori, semplici fuochi fatui nel perdurante buio della democrazia. Un milione e settecentomila ‘non voti’ (il più alto livello mai registrato) rappresentano, infatti, poco meno del 20 per cento dell’elettorato. Sulla carta, una più che discreta base elettorale. Ma quanti di questi non-voti possono essere a tutti gli effetti calcolati come di ‘opposizione’? Impossibile dirlo con certezza. Analogo discorso per i 422 suffragi ottenuti da Hildebrando Chaviano nel Vedado (189) e da Yuniel López a Santa Amalia (233), ‘voti contro’ le cui microscopiche dimensioni statistiche (sono lo 0,0048 per cento dell’elettorato) non solo appaiono ovvi su scala nazionale, ma anche risultano essere, su scala locale, i numeri di due sconfitte. Scontate e di misura – nel Vedado il vincitore ha ottenuto 320 voti contro i 189 di Chaviano, ed a Santa Amalia López ha perduto per 233 contro 576 – ma pur sempre sconfitte.

E tuttavia un fattore essenziale va considerato per cogliere l’almeno potenziale novità di queste elezioni chiamate a eleggere i delegati municipali. Il sistema elettorale cubano – stabilito nel 1975, ben sedici anni dopo il trionfo della rivoluzione, e parzialmente riformato nel 1992 – ha sempre avuto, nella sua totalità, due sole funzioni. La prima: garantire al potere costituito l’assoluto controllo di tutte le assemblee elettive. Obiettivo pienamente raggiunto, visto che nei suoi quaranta anni di esistenza il Poder Popular non ha conosciuto, nelle sue varie espressioni, che leggi approvate al 100%, con l’eccezione d’un unico ‘no’, non per caso recentemente pronunciato da una deputata a tutti gli effetti ‘più uguale degli altri’: quella Mariela Castro, figlia di Raúl, che in questi anni – e proprio a questo quel suo voto contro si riferiva – ha molto generosamente usato i suoi dinastici privilegi in difesa della ‘diversità sessuale’.

Seconda funzione: misurare non il consenso, ma –paradossalmente – il dissenso. La partecipazione al voto ed il sistema di scelta dei candidati – scelta, quest’ultima, compiuta per alzata di mano nel corso di assemblee convocate da organismi governativi – altro non è, infatti, che una forma di controllo sociale. Non andare a votare, rispondendo picche alle sollecitazioni dei Cdr (comites de defensa de la revolución), significa entrare d’acchito nel novero dei ‘disafectos’ o, peggio, dei ‘contrarevolucionarios’. E presentare un candidato di opposizione, o anche soltanto votarlo, significa di fatto porsi fuori da un sistema che nulla ammette al di fuori di se stesso. O, più semplicemente, significa perdere ogni diritto di cittadinanza, diventare un corpo politicamente e socialmente estraneo, un ‘anti-patria’. Per questo i calcoli della perfida Yoani hanno – per quanto ovviamente forzati – un senso logico. E per questo lo 0,0048% raccolto da Hildebrando Chaviano e Yuniel López è stato da molti accolto, non solo come una sorta d’eroico miracolo, ma come il possibile annuncio di un’epoca nuova. E certo è che qualche spavento i due ‘ribelli’ devono averlo provocato, se è vero che, nei seggi ‘havaneros’ la loro sconfitta è stata accolta con un ‘acto de reafirmación revolucionaria’…

È più che possibile, naturalmente, che di tutto questo non resti, domani, che un aneddotico ricordo. Ma, egualmente, vale la pena di soffermarsi ad osservare l’evolversi degli eventi. Raúl Castro già ha fatto sapere che la ripresa delle relazioni con gli Usa non significa in alcun modo la rinuncia, foss’anche parziale, alla natura totalitaria del sistema cubano. E paradossalmente non ha torto: il cambio democratico non può nascere da trattative diplomatiche, ma deve sgorgare da dentro, dalla volontà dei cubani…Mettiamola dunque così: proprio questo, nel loro piccolo, sono stati i risultati delle municipali: un minuscolo ‘sgorgo’ di volontà, un ‘basta’ ancora sommesso ma chiaro. Volendo richiamare una celebre metafora leniniana: saranno i voti per Chaviano e López la scintilla, anzi, le 422 scintille che incendiano la prateria? Probabilmente no. E certo è che non col fuoco va risolto il problema della democrazia a Cuba. Qualcosa si sta però muovendo nella morta gora d’una rivoluzione che, ormai da molto tempo, non è che la burocratica riproposizione della sua parte peggiore. E che con la democrazia ha un debito che, prima o poi, dovrà pagare. Stiamo a vedere…