La Resistenza è una stagione che svolta il corso della storia d’Italia. E’ una risposta all’emergenza, è una strategia di sopravvivenza ma, soprattutto, è una libera scelta di uomini e donne che spesso avviene anche prima della politicizzazione e della spinta dei partiti. La Resistenza è un movimento interclassista, è un fenomeno di dimensione europea, ma in Italia non è soltanto una guerra di liberazione. Si combatte per una nuova visione del mondo, agli antipodi del fascismo e del dominio della ‘razza superiore’. Si combatte anche, per una emancipazione sociale che non renda scontato il destino di chi nasce povero.

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A questo cemento ideale hanno corrisposto mesi vissuti in una randagia quotidianità con il peso della paura, del freddo e della fame. In fondo, non esiste mai un riparo sicuro e, quando c’è un tetto, affiora il timore che qualcuno veda e racconti, faccia la spia ai fascisti e ai nazisti, faccia la spia per abitudine a una ventennale pratica di delazione.

“Partigiano” – scrive Beppe Fenoglio – è una parola “tremenda” e “splendida”, porta con sé l’integrità e il dolore di una guerra che si è costretti a combattere. Poi le piccolezze accanto all’integrità: i conflitti fra le formazioni di colore diverso, le liti fra poveri su chi si debba prendere le casse con i viveri e le armi paracadutate dagli alleati. Contrasti e calcoli politici di un movimento che, alla fine, vede le sue formazioni più federate che unificate, ma un movimento che, nonostante tutto, mantiene la sua impronta unitaria, molto più di quanto non abbia realizzato la Resistenza francese.

Una guerra di pochi, obbligati a scalfire la diffidenza di molti. Un’esperienza di emancipazione per chi potrà trasmetterla tornando vivo, quando i figli, così presto cresciuti, diventano capaci di rieducare i padri. Il significato della Resistenza germinerà lentamente e attrarrà le nuove generazioni più di quanto non abbia fatto con le coeve. Dentro ci sono le motivazioni di una guerra che antropologicamente smentisce l’inclinazione italiana a seguire solo il tornaconto personale. Un’assunzione di responsabilità dal basso e in prima persona che il movimento di Resistenza ha saputo incarnare. Fra le scelte chiave del movimento c’è proprio quella di partecipare alle ultime e, spesso sanguinose, battaglie per la liberazione delle città. Poteva essere più comodo e sicuro aspettare che fossero gli anglostatunitensi a compiere quest’ultimo passo.

Spetta solo a noi decidere se, nel 25 aprile, vogliamo ricordare il ritorno della libertà o qualcosa di più.